jueves, 31 de octubre de 2013

Vivere senza Facebook? / ¿Vivir sin Facebook?

Un giorno con Facebook bloccato fa capire tante cose. Quando mi é successo un paio di giorni fa, la prima reazione é stata quella di tirare il cellulare dalla finestra, ma  poi, tornata in me, ho iniziato ad analizzare la serie di inconveniente che avrei dovuto affrontare durante la mia assenza dalla rete sociale piú diffusa.
Prima di tutto ho pensato che esistono persone che non hanno Facebook e che possono vivere benissimo senza di questo. Ho un paio di amiche che sono normalissime e che non hanno mai avuto la minima curiositá/morbo per farsi un profilo. E come darle torto? Mi son detta che he anche io avrei potuto vivere senza Facebook, senza dover per forza tornare all'etá della pietra, ma continuando ad usare il web e le sue risorse.
Di inconvenienti peró ce n'erano: prima di tutto avevo perso il contatto con i miei compagni del barranchismo, visto che su facebook ci mettiamo d'accordo per le uscite e per altri dettagli importanti. Ho pensato che questo aspetto si sarebbe potuto risolvere con il Whatsapp, ma  mi sarei comunque persa parte della comunicazione, ed allora ho pensato che sarei potuta entrare a vedere le pubblicazioni dei miei compagni dal Facebook del mio ragazzo. Ma cosí sarei tornata al punto di partenza, come nel gioco dell'oca: supplire la mancanza del Facebook, con il Facebook di qualcun'altro.
Il secondo aspetto era legato proprio alle sorti di questo blog. Dove avrei pubblicizzato i miei post? Come avrei incontrato nuovi lettori? In poche parole, come avrei potuto far crescere questo blog senza la spinta di Facebook? Poi mi sono messa a pensare che 5 anni fa quando scrivevo nell'altro blog le reti sociali non erano ancora diffuse, e facevamo girare i nostri articoli per il Messanger, e per mail. Si può adesso invertire la tendenza e tornare a quelle "rudimentali" forme di diffusione? Mail per mail?
Poi tornando alle mie amiche senza Facebook, alcune di loro sono arrivata a questo blog senza il bisogno dell'intermediario della rete sociale. Quindi é possibile, ma su piccola scala.
Poi la terza preoccupazione riguardava il Facebook stesso. Mi stava chiedendo di caricare un documento ufficiale dove veniva il mio nome completo e la mia foto, e per un momento mi sono scandalizzata per il fatto che il signore che sta dietro a questa rete sociale si impicciasse tanto per i fatti miei, mettendo da parte per un momento che tutti i giorni io stessa gli permetto deliberatamente di sbirciare tra le mie foto e le mie pubblicazioni. Ma chiedere una copia di un documento ufficiale mi ha fatto cadere dalle nuvole, e pensare a quanto siamo controllati tutti i giorni senza essercene accorti. In piú il signor Facebook si sarebbe accorto che non mi chiamo Amauta di primo cognome.
Alla fine dopo lunghe riflessioni ero pronta a mandare la mia carta d'identitá italiana, quando il Facebook ha fatto la sua apparizzione d'improvviso, senza il bisogno di caricare un documento che probabilmente quelle persone potrebbero avere accesso per un altra via.
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Un día con el Facebook bloqueado hace entender muchas cosas. Cuando me pasó hace un par de días, mi primera reacción fue de querer tirar el celular por la ventana. Luego, regresé en mí, y me puse a analizar la serie de inconvenientes que hubiera tenido que enfrentar durante la ausencia de la red social más difundida en el mundo.
Primero que nada he pensado que existen personas que no tienen Facebook y que pueden vivir muy bien sin este medio. Tengo un par de amigas que son normalisimas y que nunca tuvieron la minima curiosidad/morbo por hacerse un perfil. ¿Y cómo culparlas? Me dije a mi misma que yo también hubiera podido vivir sin el Facebook, sin tener que regresar afuerza a la edad de la piedra, sino siguiendo usando el web y sus recursos.
Había pero algunos inconvenientes: primero que nada había perdido el contacto con mis compañeros del cañonismo, dado que en el Facebook nos ponemos de acuerdo por las salidas y por las otras comunicaciones importantes. Pensé que este aspecto se hubiera podido resolver con el Whatsapp, pero seguramente me hubiera perdido parte de la comunicación. Entonces consideré la idea de entrar a ver las publicaciones de mis compañeros desde el Facebook de mi chico. Pero haciendo eso, hubiera regresado al punto de partida, como el juego del oca (un viejo juego de cuando era niña): remplazar la falta del Facebook, con el Facebook de alguien más.
El segundo aspecto estaba relacionado justamente al destino de este blog. ¿Dónde hubiera publicado mis posts? ¿Cómo hubiera encontrado a nuevo lectores? En pocas palabras, ¿cómo hubiera podido hacer crecer este blog sin el apoyo del Facebook? Luego pensé que hace 5 años, cuando escribía en el otro blog, las redes sociales no tenían la misma difusión, y compartíamos nuestros artículos por el Messanger y por correo. ¿Se puede ahora revertir esta tendencia y regresar a estas "rudimentales" formas de difusión? ¿Correo por correo?
Luego regresando a mis amigas sin el Facebook, algunas de ellas llegaron a este blog sin la necesidad del intermediario de las redes sociales. Entonces es posible, pero en pequeña ecala.
Finalmente la tercera preocupación tenía que ver con el Facebook mismo. Me estaba pidiendo de cargar una identificación oficial donde venía mi nombre completo y una foto mía, y por un momento me chocó tanto que el señor que está detrás de todo eso fuera tan chismoso, olvidando por un momento que todos los días yo mismo permito que este señor pueda pasear tranquilamente entre mis fotos y públicaciones. Pero pedir la copia de un archivo oficial me hizo caer de las nubes, y pensar a cuanto estamos controlados todos los días sin darnos cuenta. Además el señor Facebook se hubiera dado cuenta que no me llamo Amauta como primer apellido.
Al final de largas reflexiones esta lista por enviar mi identificación italiana, cuando el Facebook apareció de repente, sin la necesidad de cargar una identificación a la cual probablemente ya tiene acceso por otros medios.

miércoles, 30 de octubre de 2013

Sogno grigio fumo / Sueño gris humo

Tutto era grigio. E non capivo come io potessi fare i sogni in bianco e grigio, dal momento che odiavo quel colore.
Sequenze di tempo che mi scivolavano davanti agli occhi. Protagonista e spettatrice.
Io seduta ai bordi di un letto, con una sigaretta tra le dita. Io, che non avevo mai fumato in vita mia, mi ritrovavo ad aspirare distrattamente con la posa di una donna vissuta.
Una sigaretta tra le dita da cui partivano spire di fumo opache che salivano lente verso il soffitto basso e lucido. Una specchiera dal mio lato della stanza rifletteva il fumo che si espandeva sopra al letto, e dietro quel fumo un ombra dai confini indefiniti. Quellombra probabilmente ero io.
Tonalità di grigio di cui ignoravo lesistenza.
Poi una voce ovattata si fece strada tra la nebbia, dallaltro bordo del letto: Lattesa mi sta uccidendo. Io sapevo quello che dovevo rispondere, e dissi: Anche io sto morendo poco alla volta.
Tornai a guardare nella specchiera, ora erano apparsi due occhi nel luogo dove doveva trovarsi il mio volto. Erano due occhi stanchi, grigi e stanchi.
Volevo voltarmi e toccare le spalle di quelluomo. Luomo che condivideva quel letto sconosciuto con me, e che mi dava la schiena. Ma non lo feci, la sua presenza mi assalì prepotente e non ebbi bisogno di girarmi per vederlo. Sapevo come era fatto, potevo sentire sotto le mie dita la sua barba di una settimana, anche se non ci stavamo toccando, conoscevo il taglio della sua bocca e le parole che ne sarebbero uscite a breve: Mi sembra di aver passato una vita in giro per il mondo a chiedere di te alla gente. Ma non ti ho trovata. Ogni notte ti rincontro in questa stanza, li seduta nella tua parte di letto, con una sigaretta tra le dita e i capelli legati, e questo mi fa ancora più male. Non voglio vederti più. Voglio sapere che tu non esisti.
Mentre parlava il fumo si era fermato nella stanza, sentivo nella bocca quel tabacco amaro, e gli occhi iniziarono a riempirsi di lacrime. Le lacrime erano per noi due, prigionieri di quella stanza grigia, erano per il risveglio in cui non avrei ricordato nulla. Questa storia finisce ogni notte, ogni notte ci rincontriamo qui per dirci addio ancora una volta. No, non voglio. Voglio potermi girare verso di te e vedere il colore dei tuoi occhi. Voglio prenderti le mani tra le mie, e avvicinarle alla mia guancia. Io voglio dirti arrivederci. Voglio sapere che tu esisti li fuori da qualche parte, e che mi stai cercando. Mi girai di scatto, lui non si era mosso. Non diceva niente, e questo mi faceva ancora più male.
Stava già iniziando a dimenticarsi di me, prima ancora di svegliarsi.
Il grigio divenne più scuro, lui ancora non si muoveva. Sentivo che il giorno stava per arrivare, e non volli aggrapparmi al sogno con le unghie e i denti. Così mi alzai, gettai la sigaretta ormai finita a terra e andai verso la porta. La aprii, e uscii da quella stanza, finendo nel sogno di qualcun altro.



Racconto ispirato a “Occhi di cane azzurro” di Gabriel Gracía Márquez

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Todo era gris. No entendía como pudiera hacer los sueños en blanco y gris, dado que odiaba ese color.
Secuencias de tiempo que fluían en frente de mis ojos. Protagonista y espectadora a la vez.
Estaba sentada al borde de una cama, con un cigarro en los dedos. Yo, que nunca había fumado en mí vida, ahora estaba aspirando distraidamente con las posas de una mujer adulta.
Un cigarro en los dedos del cual salían roscas de humo opacas que subían despacio hacía el techo bajo y brillante. Un espejo de mí lado de la habitación reflejaba el humo que se estaba expandiendo sobre la cama, y detrás de aquel humo, una sombra da las fronteras indefinidas. Aquella sombra probablemente era yo.
Tonalidades de gris de las cuales ignoraba la existencia.
De repente una voz liviana se abrió una vía entre la niebla, desde el otro borde de la cama: “La espera me está matando”. Yo ya sabía lo que tenía que contestar, y dije: “Yo también me estoy muriendo poco a poco”.
Volví a mirarme en el espejo, ahora habían aparecidos dos ojos en el lugar donde tenía que encontrarse mí cara. Eran dos ojos cansados, grises y cansados.
Quería voltearme y tocar los hombros de aquel hombre. El hombre que compartía aquella cama desconocida conmigo, y que me daba la espalda. Pero no lo hice, su presencia me atacó con fuerza y no necesitaba voltearme para verlo. Sabía como estaba hecho, podía tocar debajo de mis dedos su barba de una semana, aunque no nos estábamos tocando, conocía la forma de sus labios y las palabras que estaban por salir de ellos: “Me parece de haber dejado pasar una vida entera dando la vuela al mundo preguntando por ti a la gente. Pero no te encontré. Cada noche me quedo contigo en esta habitación, tu, sentada en la tu parte de la cama, con un cigarro entre los dedos y el pelo recogido, y esto me duele aún más. No quiero verte jamás. Quiero saber que tu no existes”.
Mientras hablaba el humo se había parado en la habitación, sentía en la boca el sabor del tabaco amargo, y los ojos empezaron a llenarse de lágrimas. Las lágrimas eran por nosotros, detenidos en aquella habitación gris, eran por el despertar en el que no me hubiera acordado nada. “Esta historia acaba cada noche, cada noche nos quedamos aquí juntos para despedirnos una vez más. No, no quiero. Quiero voltearme hacía ti e mirar el color de tus ojos. Quiero tomar tus manos entre las mías, y acercarlas a mis mejillas. Quiero decirte “hasta luego”. Quiero saber que tu existes por ahí en algún lugar, y que me estás buscando”.
De repente me volteé, él no se había movido. No decía nada, y esto me dolía mucho más. Empezaba a olvidarse de mí, antes de despedirse.
El gris se hizo más obscuro, él todavía no se movía. Sentía que el día estaba por empezar, y no quise agarrarme al sueño con las uñas y con los dientes. Así me levanté, tiré el cigarro acabado y me fui hacia la puerta. La abrí e salí da aquella habitación, invadiendo el sueño de otra persona.

Cuento inspirado a “Ojos de perro azul” de Gabriel Gracía Márquez 

martes, 29 de octubre de 2013

Nomade-sedentario, due stili a confronto / Nomade-sedentario, dos estilos a comparación

A tutti piace viaggiare. Ma qualcuno non ne ha il coraggio e si nasconde dietro ad altri pretesti. Qualcun'altro invece crede che con una settimana all'anno ci si puó definire viaggiatori.
L'altro giorno ho conosciuto due "signori" viaggiatori, due persone veramente coraggiose, tanto da stare passando in viaggio la bellezza di 9 anni, e con il viaggio solo all'inizio. Si tratta di una coppia finlandese, non tanto giovani, ma neanche tanto vecchi. 9 anni fa hanno deciso che ne avevno le scatole piene del sistema nel quale erano intrappolati e del clima gelato della Finlandia, cosí hanno deciso di piantare baracca e burattini e iniziare a viaggiare per il mondo.
La prima domanda che mi é uscita é: What are you doing for living? perché si sa, viaggiare non é economico, e dopo 9 anni si avrebbero potuti prosciugare anche i risparmi piú generosi. Mi hanno risposto che lavorano con il computer, soprattutto creando pagine web, e usando questo mestiere per barattare una camera d'hotel (in cambio del sitio web del posto) o altri servizi, e scrivendo libri. Non vivono piú di 6 mesi in uno stesso paese, e viaggiano con poche cose importanti. Per problemi di salute dicono che si muovono nei paesi dove l'assistenza sanitaria é piú economica, e sostengono fervidamente che il loro stile di vita nomade é molto piú economico che uno stile di vita sedentario. Prima di tutto non si deve pagare un affitto, ne i costi di un auto per andare al lavoro. Invece loro usano couchsurfing per dormire e si muovono in trasporte pubblico, non comprano vestiti costosi ed eleganti, e sono abituati a cucinarsi da sé. Sono vegani per convinzione etica, e amanti di ogni specie di cibo. Conoscono come va la politica mondiale e il flusso migratorio legato al lavoro in ogni parte del mondo. Abbiamo coinciso che l'Australia é diventata l'"America", ma che per vivere in un posto bello si deve tornare nella classica Italia o Francia, che molti giovani di Spagna e Italia si stanno muovendo in Germania perché c'è piú lavoro, e che ci sono molti studenti sudamericani in Europa.
Parlare con persone del genere apre gli occhi e fa allargare gli orizzonti. Sicuramente non sono cosí coraggiosa come questa coppia, ma per lo meno sono una buona fonte di ispirazione.

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A todo mundo gusta viajar. Pero algunos no tienen la valentía para hacerlo y se esconden detrás de algún pretexto. Otros en cambio creen que con una semana al año se pueden considerar viajadores.
El otro día conocí a dos grandes viajadores, dos personas verdaderamente valientes, tanto que son 9 años que se la están pasando viajando, y con el viaje sólo al principio. Se trata de una pareja de finlandeses, no tan jóvenes, pero tampoco tan viejos. 9 años atrás decidieron que estaban hasta el gorro del sistema en el cual estaban enjaulados y del clima gélido de Finlandia, así que decidieron dejar todo y empezar a viajar por el mundo.
La primera pregunta que me salió fue: What are you doing for living? Porque se sabe, viajar no es económico, y después de 9 años se hubieran terminado hasta los ahorro más generosos. Me contestaron que trabajan con su computadora, sobre todo creando páginas web, y usan este oficio para hacer trueques por un cuarto de hotel (en cambio de un sitio web) o de otros servicios, y escribiendo libros. No viven más de 6 meses en un mismo país, y viajan con pocas cosas importantes. Por problemas de salud cuentan que se mueven en los países donde la asistencia sanitaria está más económica, y sostienen que su estilo de vida nomade es mucho más económico que un estilo de vida sedentario. Primero que nada no tienen que pagar un renta, ni los costos de un coche para ir al trabajo. En cambio usan couchsurfing por dormir y se mueven en transporte público, no compran ropa costosa o elegante, y se acostumbraron a cocinar por sí mismos. Son veganos por convicción ética, y amantes de cada tipo de comida. Conocen como va la política mundial y la situación de los flujos migratorios del trabajo en cada parte del mundo. Coincidimos que Australia se hizo la "América", pero que para vivir en un lugar bonito se tienen que regresar en la clásica Italia o Francia, que muchos jóvenes de España e Italia se están moviendo hacia Alemania porque allí hay más trabajo, y que hay muchos estudiantes sudamericanos en Europa.
Hablar con personas de este tipo ayuda a abrir los ojos y hace hacer más grande los horizontes. Seguramente no soy así valiente como esta pareja, pero por lo menos son una buen fuente de inspiración.

Nota lingüística: en italiano para decir que se abandona un lugar se dice "piantare baracca e burattini", literalmente dejar la casa y los títeres.


viernes, 25 de octubre de 2013

Punta e mandata via in 5 minuti / Picada y despachada en 5 minutos

A Cittá del Messico bisogna imparare a convivere con la gente e a dividere lo spazio e l'aria che respiriamo con le altre mille persone che ci circondano. In qualsiasi momento e luogo. Questa volta mi è toccato nell'ospedale. Era prevedibile che mi sarei incontrata altre persone all'appuntamento per il prelievo del sangue, ma non aspettavo una simile catena di montaggio unama. Arrivi, consegni il tuo libretto medico, aspetti, ti chiamano, ti metti in fila, ti fanno entrare in una stanza con altre 5 persone, ti fanno il prelievo del sangue e ti mandano via. Tutto questo nel tempo esatto di 5 minuti, con una rotazione di persone incredibile. Non ho avuto neanche il tempo di "indignarmi" per la mancanza di privacy con la quale mi hanno piccato il braccio, per la macanza di guanti delle infermiere, per la mancanza di sedie nella sala d'aspetto, per la sedia di plastica senza ruote dove mi hanno fatto sedere, che ero giá fuori in strada con il braccio piegato, con la pancia che stava ruggendo chiedendo la colazione. In tutto questo sempra del tutto superfluo dire un "ahia" al momento della puntura, chiedere quando saranno pronti i risultati degli esami, sistemarsi comodi sulla sedia o solo attaccare bottone con il vicino.
Devo dire peró che la parte peggiore dell'ospedale sono le scale. L'ascensore dio solo sa se esiste e se funziona, e le scale diventano un calvario di corpi che si trascinano di sopra e sotto. Passano due persone per volta, una da un verso e l'altra dall'altra, ma se una ha un bastone allora la faccenda diventa complicata.
Non metto in dubbio l'efficenza di questo sistema, di fatti mi sembra che funzioni benissimo, con almeno 40 persone punte e mandate via in meno di 15 minuti. Ma dall'altro lato di possono intravedere i costi umani di questo sistema: una spersonalizzazione terribile. Il malato non é chiamato per nome (tanto che nel mio libretto sono Giulia No Tiene Angeletti), non ha uno spazio per affrontare le sue paure, la sua ansia e la sua malattia.
Mi raccontavano dell'esperienza che è partorire in Messico in un ospedale pubblico. L'assistenza, il servizio sono ottimi, ma puoi occupare la sala parto solo per 20 minuti, e poi sotto a chi tocca, partorisci o ti rispediscono nella sala d'attesa. Poi chissá dove mandano il tuo bambino, insieme ad altri mille bambini nati nello stesso tempo. Quando mia madre ha partorito, mi ha raccontato che nell'ospedale quel giorno sono nata solo io.
In questo passaggio dall'individualismo alla spersonalizzazione sono andata ad inciampare.
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En el DF hay que aprender a convivir con la gente y a compartir el espacio y el aire que respiramos con las otras miles de personas que nos rodean. En cualquier momento y lugar. Esta vez me tocó en el hospital. Era previsible que me hubiera topado con otras personas a la cita de las análisis de la sangre, pero no me esperaba una similar cadena de montaje humana. Llegas, entregas tu carnet, esperas, te hablan, te formas, te hacen entrar en un cuarto con otras 5 personas, te sacan la sangre y te despachan. Todo esto en el tiempo exacto de 5 minutos, con una rotación de personas increíble. No he tenido ni el tiempo de "indignarme" por la falta de privacidad con la cual me han picado el brazo, por la falta de guantes de las enfermeras, por la falta de sillas en la sala de espera, por la silla de plástico sin ruegas donde me hicieron sentar, y ya estaba fuera en la calle con el brazo doblado, y con el estomago que estaba rugiendo pidiendo desayuno. En todo esto parece del todo superficial decir un "ahia" al momento del piquido, preguntar cuando estarán listos los resultados, acomodarse en la silla o solo "attaccare bottone" (empezar a platicar) con el vecino.
La parte peor, sin embargo, son las escaleras del hospital. El elevador dios solo sabe si existe y si funciona, y las escaleras se transforman en un calvario de cuerpos que se arrastran para arriba y para abajo. Pasan dos personas a la vez, una de subida y la otra de bajada, pero si una de las dos tiene un bastón o claudica un poquito entonces el asunto se hace complicado.
No pongo en duda la eficiencia de este sistema, de echo me parece que funcione muy bien, con almenos 40 personas picadas y despachadas en menos de 15 minutos. Pero del otro lado puedo vislumbrar los costos humanos de este sistema: una despersonalización terrible. El enfermo no viene llamado por su nombres (yo por ejemplo en mi carnet soy Giulia No Tiene Angeletti), no tiene un espacio para enfrentar sus miedos, sus ansiedades y su enfermedad.
Me constaban de la experiencia de parir en México en un hospital público. La asistencia, el servicio, son optimos, pero puedes ocupar el quirofano sólo por 20 minutos, y luego adelante con el siguiente. Pares o te despachan en la sala de espera. Luego quien sabe donde mandan a tu bebé, junto a los otros miles de niños nacidos en el mismo tiempo. Cuando mi mamá parió, me contó que en el hospital aquel día nací sólo yo.
En este pasaje del individualismo a la despersonalización exasperada fui a caer.

miércoles, 23 de octubre de 2013

Infrangere limiti e altre utopie / Romper límites y otras utopias

Sono cresciuta con un limite preciso, il mare. Stava li, impossibile da sorpassare.
Di notte era una massa oscusa, che come una bestia si muoveva al ritmo del mio respiro.
A volte il mare era tanto da potermi far male.

Poi quando sono cresciuta ho capito che i limiti potevano essere infranti.
Che c’era qualcosa al di la del mare e che lo potevo raggiungere.
Ora quello che devo affrontare é l’assenza di limiti.
Una cittá dove non esistono limiti, dove una persona finisce e un altra comincia senza soluzione di continuitá. Dove una casa finisce e l’altra comincia e non c’è neanche lo spazio per alzare la mano e dire “ehi, sono qui anch’io”.
L’infinita combinazione di possibiltá della quale parlava Calvino, tutto in un fazzoletto di terra strappata alle acque.

Di fronte all’assenza di limiti sembra stupido cercane di nuovi.
Un posto che ho deciso di chiamare "casa", e che ha caratteristiche tali da ordinare il caos che mi circonda, é diventato il mio mare.
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Crecí con un límite preciso, el mar. Estaba allí, imposible de superar.
En las noches era una masa obscura, que como una bestia se movía al ritmo de mi respiración.
A veces, el mar era tanto que sentía que me estaba haciendo daño.

Luego, cuando crecí me di cuenta de que los límites podrían ser rotos.
Que había algo más allá del mar, y que podía alcanzarlo.
Ahora lo que tengo que enfrentar es la falta de límites.
Una ciudad donde no hay límites, dónde termina una persona y la otra empieza sin separación. Cuando una casa termina y la otra comienza, y no hay ni siquiera espacio para levantar la mano y decir "hey, yo también estoy aquí."
La combinación sin fin de posibilidades de la cual hablaba Calvino, todo en un pedazo de tierra tomado de las aguas.

Ante la ausencia de límites parece una tontería buscar de nuevos.
Un lugar que decidí llamar “casa”, que tiene características tales que puede ordenar el caos que me rodea, se ha convertido en mi mar.

jueves, 17 de octubre de 2013

Il curry indiano come simbolo della cucina inglese e del Couchsurfing / Curry hindú como símbolo de la comida inglesa y del Couchsurfing

I love Couchsurfing. La veritá é che non mi importanta tanto se il tipo che l'ha inventata ha poi tradito i suoi principi e l'abbia venduta al capitalismo. Per fortuna le persone che ne fanno parte, la maggior parte, i surfer veri, hanno la stessa mentalitá di sempre, pronti a conoscere nuova gente e a spendere una parte del loro viaggio e delle loro vite con qualche sconosciuto. É uno scambio che mi ha sempre affascinato, ho conosciuto persone fantastiche con le quali sono rimasta in contatto e che sono sparse per il mondo.
L'altra settimana ho ospitato Olivia, una ragazza inglese che vive in Colombia. Buddista simpatizzante, hippie, Olivia sogna di conoscere l'India. Installatasi nel divano è stato buffo vederla fare yoga nella sala, portando un pó di scompiglio con il nostro coinquilino avvocato. Nel poco tempo che abbiamo passato insieme abbiamo parlato dei nostri 4 paesi, e per un momento mi é sembrato fanstastico poter comunicar tra noi in spagnolo, quando lo spagnolo non é la lingua materna di nessuna delle due. Grazie a Olivia ho scoperto che il porridge é praticamente una avena, che il curry, pur essendo originario dell'India, é considerato un motivo d'orgoglio per gli inglesi, che in Bogotá tutte le domeniche ci sono concerti gratis ai piedi della collina, e che Calle 13 ha suonato proprio li.
Il curry mi é sembrato una buona metafora de la filosofia Couchsurfing, nato da un paese, si sposta e conosce nuovi paesi, fino ad arrivare in Inghilterra, dove la gente lo apprezza e lo scelgono como piatto nazionale. Li si mescola con altri ingredienti, non solo inglesi, e sperimenta nuove preparazioni, senza mai scordare le sue radici indiane.
I prossimi arrivi previsti sono dalla Finlandia e dal Giappone!
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I love couchsurfing. La verdad es que no me importa mucho si el "wey" que inventó Couchsurfing luego traicionó sus principios y lo vendió al capitalismo. Afortunadamente las personas que hacen parte de la comunidad, los surfer verdaderos, tienen la misma mentalidad de siempre, listos para conocer a nuevas personas y a compartir parte de su viaje y de sus vidas con algún desconocido. Es un intercambio que me fascinó desde siempre, he conocido personas fantásticas con las cuales mantengo relaciones y que están en toda parte del mundo.
La semana pasada hospedé a Olivia, una chica inglesa, que vive en Colombia. Budista simpatizante, hippie, Olivia sueña con conocer la India. Instalada en el sillón, fue muy chistosa verla hacer yoga en la sala, provocando la sorpresa de nuestro roomie abogado. En el poco tiempo que pasamos juntas hablamos de nuestros 4 países, y por un momento me pareció maravilloso poder comunicar entre nosotras en español, cuando el español no es la lengua materna de ninguna de las dos. Gracias a Olivia descubrí que il porridge es prácticamente una avena, que el curry, a pesar de venir de la India, es considerado como el motivo de orgullo para los ingleses, que en Bogotá todos los domingos hacen conciertos gratuitos donde empieza el cerro, y que Calle 13 tocó justó allí.
El curry me pareció una buena metáfora de la filosofía Couchsurging: nacido en un país, se mueve y conoce nuevos países, hasta llegar a Inglaterra, donde la gente lo aprecia y lo escogen como plato nacional. Allí se mezcla con otros ingredientes, no sólo ingleses, y experimenta nuevas preparaciones. Todo eso, sin nunca olvidar sus raíces hindú.
Las próximas llegadas previstas son desde Finlandia y Japón!

lunes, 14 de octubre de 2013

La Priscilla di Guadalajara / La Priscilla de Guadalajara

Di ritorno da Guadalajara, cittá del centro-nord del Messico famosa per le sue "tortas ahogadas" letteralmente panini affogati (dei panini con carne di maiale bagnati in una salsa super piccante), di tortas ahogadas neanche l'ombra, tanto che siamo finiti a mangiare in un simpatico ristorante indiano, che faceva un pollo delizioso.
Da quando sono in Messico, ogni cittá nuova che conosco cerco di trovarne l'essenza o per lo meno qualcosa che la contraddistingue. Per esempio per Monterrey è l'orgoglio "regio", l'orgoglio di una cittá produttiva, sede di varie industrie. Per Merida, il calore, definitivamente la define, e nelle ore del pomeriggio tutto, persone, cose, palazzi, rimangono immobili e trattengono il respiro. Per Torreon è la paura, paura della violenza e di camminare per le strade. Per Villahermosa il "peje lagarto", una lucertola di quelle parti che finisce in padella. Per Tuxtla Gutierrez è il Cañón del Sumidero, e le sue radici, spesso ripudiate, indigene . Per Tijuana è l'altro lato, cioé gli Stati Uniti, sogno a un centinaio di metri che non si puó raggiungere. Per Mexicali é il deserto. Per Cancun sono i gringos, etc. E per Guadalajara? Io credevo fossero le tortas ahogadas, ma con l'osservazione di due giorno posso dire che sono le Drag Queen e la moda. Una sera ci siamo imbucati in un bar, volendo bere una birra. Dopo un pó ci siamo accorti che era un bar gay perché erano tutte coppiette dello stesso sesso. Poi a un certo punto entra sto tipo alto 2 metri, labbra e tette rifatte, con un vestito rosa fuosforescente con fiori gialli, e una parrucca biondo cenere, che ha iniziato a salutare a tutti, e dopo un pò di indugi é salito sul palco a dare il suo show. E mi é tornato in mente il film Australiano di Priscilla Regina del Deserto, dove un gruppo di uomini viaggiano per le localitá sperdute dell'Australia animando i baretti di passaggio. Beh, la Priscilla di Guadalajara non aveva tanta classe, ma sicuramente é un fenomeno culturale da considerare. 
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De regreso de Guadalajara, ciudad del centro-norte de México famosa por sus tortas ahogadas. Y de tortas ahogada ni la sombra, tanto que terminamos comiendo en un simpático restaurante indu, que hacía un pollo fenomenal.
Desde que vivo en México, me gusta encontrar la esencia, o por lo menos algo de distintivo, de cada ciudad nueva que conozco. Por ejemplo, para Monterrey es el orgullo de ser regio, el orgullo de una ciudad productiva, sede de varias industrias. Para Mérida es el calor, en las horas de la tarde todo, personas, cosas y edificios, parecen permanecer inmobles, sudando. Para Torreón es el miedo, el miedo de la violencia y de caminar por las calles. Para Villahermosa es el peje lagarto, un pobre animalito que termina en el sarten de los tabasquenses. Para Tuxtla Gutiérrez es el Cañón del Sumidero y sus raíces indígenas, a veces escondidas. Para Tijuana es el "otro lado", sueño a unos 100 metros que no se puedo alcanzar. Para Mexicali es el desierto. Para Cancun son los gringos, etc. ¿Y para Guadalajara? Yo creía que eran las tortas ahogadas, pero con la observación de dos días puedo decir que son las Drag Queens. Una noche nos metimos en un bar, después de un rato nos dimos cuenta que era un bar gay lleno de parejitas del mismo sexo. Luego de repente entra en el bar este tipo alto 2 metros, labios y pecho voluminosos, con un vestido rosa fosforescente y flores amarillas, y con una peluca guera. Depués de los besos de circunstancias, gana a grandes pasos el escenario y empieza su show. Me regresó a la mente la peli australiana de "Priscilla la Reina del Desierto", donde un grupo de hombres viajaban por localidades perdidas de Australia, animando los bares de paso con su show. La Priscilla de Guadalajara no tenía la misma clase, pero seguramente es un fenomeno cultural por considerar.


jueves, 10 de octubre de 2013

Viaggio psicodelico degli Atom for Peace/ Viaje psicodelico de los Atom for Peace

Thom Yorke se si incontra per strada probabilmente potrebbe sembrare un disadattato sociale, ma in realtá é una pesona che sente la musica e i suoni in una maniera estremamente profonda, e li sa combinare insieme in una maniera incredibile. Ieri sera ho visto gli Atom for Peace, e sono stati una conferma del genio che é quest'uomo. É stato uno di quei concerto dove chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalla musica e dai cambi di ritmo. Nessuna canzione fue una ripetizione di quelle del CD, infatti sperimentavano cambi di suono e di ritmo che hanno fatto di ognuna un pezzo unico per questa esibizione. Un 10 per questa band! :)

Nota: un integrante del gruppo é Flea, bassista del Red Hot Chili Peppers, che si fa sentire (e vedere) eccome durante il live.

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Si encuentran a Thom Yorke por la calle probablemente podría pasar por un desadaptado social, pero en realidad es una persona que siente la música y los sonidos de una manera extremadamente profunda, y los sabe combinar juntos en una manera increíble. Anoche vi a los Atom for Peace, y fueron una confirma al genio que es este hombre. Fue uno de estos conciertos donde cerrar los ojos y dejarse llevar por la música y por los cambios de ritmo. Ninguna rola fue una repetición de las del disco, sino que le experimentaban cambios de sonido y de ritmo que la hacían una pieza única por aquella exhibición. Un 10 por este grupo! :)

Nota: un integrante del grupo es Flea, bajista de los Red Hot Chili Peppers, que se hace escuchar (y ver) durante el live. 








miércoles, 9 de octubre de 2013

Schiaffeggiata dalla cascata / Cachetada por la cascada

Foto di Luis Enrique Gonzalez
Lo scorso fine settimana sono andata con il gruppo di "torrentismo" (termine che ho scoperto essere il corrispondente al "cañonismo" messicano), nel torrente della Carbonera, nella regione di Veracruz. Era un torrente molto piú difficile degli altri che avevo fatto, e piú di una volta sono stata trascinata dalla corrente, ed una di quelle volte é stata in questa cascata, che mi ha schiaffeggiato piú volte, tanto che sono uscita dall'acqua con la faccia rossa da una parte.
Cosa ho imparato da questo fine settimana?
- scendere una cascata del genere con lo zaino appeso da una parte per non terminare scendendo a testa in giù;
- mantenere i piedi ben fermi nell'acqua, meglio se divaricati;
- cercare di non pendolare tanto, trovare una linea per scendere e seguirla;
- se mi trovo in un punto dove mi schiaffeggia forte l'acqua, dare un pó di corda, senza lasciarla, per passare il punto forte;
- cercare di evitare il gettito forte, e se é inevitabile, meglio cercare di attaccarsi alla parete dove normalmente si forma una bolla d'aria;
- non usare  le ginocchia e i gomiti per appoggiarmi, ma avere fiducia nei piedi e nelle mani;
e soprattutto: MANTENERE LA CALMA, in un paio d'occasioni, fermarmi e respirare profondo mi ha fatto molto bene alla discesa.
Per concludere, torrentisti non si nasce, quindi a continuare praticando con tutto questo, per togliermi la paura e acquisire sempre piú esperienza!

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El pasado fin fui con mi grupo de cañonismo en el cañón de la Carbonera, en el Estado de Veracruz. Era un cañón mucho más difícil que los otros que había hecho, y más de una vez fui arrastrada por la corriente, y una de aquellas veces fue en esta cascada, que me cacheteó más de una vez, tanto que salí del agua con la cara roja de un lado.
¿Qué he aprendido de este fin?
- Bajar una cascada con mucha agua con la mochila colgada de un lado, para no terminar bajando de cabeza;
- Mantener los pies bien firmes en el agua, mejor con el compás abierto;
- Intentar de no pendular mucho, encontrar una línea y bajar por ella;
- Si me encuentro en un punto donde me está cacheteando fuerte el agua, dar un poco de cuerda, teniendo cuidado en no soltarla, para pasar el punto fuerte;
- Intentar evitar el chorro fuerte, y si es inevitable, mejor pegarse a la pared donde normalmente se forma una bola de aire;
- No usar rodillas y codos para apoyarme, sino confiar en los pies y en las manos;
y sobre todo: MANTENER LA CALMA, en un par de ocasiones, pararme y respirar hondo me resultaron muy útiles en la bajada.

Para concluir, cañonistas no se nace, así que ¡a seguir practicando todo eso, para quitarme el miedo y lograr más experiencia!




martes, 8 de octubre de 2013

Tutta la Cesanella in un metro /Toda la Cesanella en un metro

Muoversi da una parte all'altra del Distrito Federal rappresenta una buona gatta da pelare per la maggior parte delle persone di questa cittá. Tutti i mezzi di trasporte pubblico sembrano essere pieni fino a stratipare, come se non ci fosse spazio neanche per una persona in piú. A volte mi dico che sono fortunata ad essere abbastanza esile per entrare bene negli inesperati spazi che si aprono tra due persone e infilarmi in un metro giá pieno di gente. Ma questo non é il problema, se io riesca o no ad entrare in un metro, ma il fatto che il binomio sovrapopolazione - mezzi pubblici é destinato a fracassare a breve e che i politici pensano che l'unica alternativa viabile sia alzare il prezzo del biglietto del metro (da 3 pesos a 4 o 5) o del metrobus (che é salito da 5 a 6 pesos), oltrettutto vantando il carattere "sociale" di questi mezzi. 

Un pó di dati, i metro che circolano nel DF hanno normalmente 9 vagoni, dove entrano 360 persone sedute e 1,070 persone in piedi, con un totales di 1,530, tale che per ogni persona seduta si calcolano 3 persona in piedi. Dalle mie osservazioni giornaliere posso stabilire che questa cifra é totalmente incorretta, visto che nelle ore di punta la proporzione persone sedute-persone in piedi, puó essere del 1 al 5, con piú di 2,160 persone in tutto il metro.
 Io mi immagino che in un metro ci sta più o meno tutta la popolazione della Cesanella.-----------------------------------------------------------------------------------------------------------Desplazarse en una ciudad como el Distrito Federal representa un mal de cabeza para la mayoría de la gente de esta ciudad. Todos los medios de transporte públicos parecen estar llenos de gente hasta reventar, como si no hubiera posibilidad ni para una persona más. A veces me digo que estoy afortunada a ser bastante flaca para entrar bien en los espacios inesperados que se abren entre dos personas y deslizarme en un metro ya lleno de gente.  Pero esto no es el problema, que yo logre o no entrar en un metro, sino que el binomio sobrapoblación-medios públicos está destinada a la derrota en  el breve periodo y que los políticos piensan que la única alternativa sea subir el precio del boleto del metro (de 3 pesos a 4 o 5), o del metrobus (que ya subió de 5 a 6 pesos), además gloriándose del carácter "social" de estos medios. 

Algunos datos: los metros que circulan en el DF tienen en normalmente 9 vagones, donde caben en total 360 personas sentadas, más 1,070 paradas, o que que para cada persona sentada, calculan 3 personas paradas, por un total de 1,530 pasajeros a bordo. Desde mis observaciones diarias puedo establecer que esta cifra es totalmente errónea  dado que en las horas de fuego la proporción personas sentadas- personas paradas puede ser de 1 a 5, con más de 2,160 persona en todo el metro. 

Yo me imagino que en un metro puede caber toda la población de la Cesanella, el pueblo donde viven mis abuelos. 

Nota linguistica: en italiano para decir que algo es un "dolor de cabeza", se dice que es "una buona gatta da pelare", literalmente que es una buena gata para pelar, probablemente por la dificultad que se presentan a querer quitarle la piel a una gata y a los problemas que derivan de eso.



jueves, 3 de octubre de 2013

Frecce migratorie ed altre storie/ Flechas migratorias y otras historias

La jaula de oro
Come cantava la Bandabardó: la fortuna è un fatto di geografia. Totalmente d'accordo, a questo gli aggiungo che é anche relazionato al mezzo di trasporto del quale si dispone. Sto parlando della migrazione, del sogno di miglioni di persone, o meglio, del sogno infranto di miglioni di persone, e di quello realizzato di alcune.

In Messico esisteva un treno, o forse esiste ancora, che dal Guatemala attraversava tutto il Messico fino ad arrivare negli Stati Uniti. Era un treno strapieno di gente che affrontava un viaggio estenuante senza nessuna sicurezza di arrivare dall'"altro lato". La settimana scorso andando a cenare con alguni amici, ho visto la carcassa di questo treno. Un treno di lamina, anonimo, enorme, giaceva nella notte scura come una bestia dimenticata. Poi questa mattina ho letto la recensione di un film/documentario che parla proprio di quel treno e son tornata a pensare sull'avventura-sventura di essere un migrante.

Poi nello stesso giorno arrivano dall'Italia notizie disastrose di un naufragio di un barcone pieno di persone che avevano affrontato il mare in cerca di una vita migliore lontano dalla guerra e dalla miseria.

Ed io? Senza dubbio devo assumere l'appellativo di "migrante", lo stesso che viene appioppato alle persone che viaggiavano su quel treno o come le persone que son morte su quel barcone. Nonostante ció, sono cosciente che il mio viaggio, affrontato su un comodo aereo di una compagnia internazionale, non ho niente a che vedere con l'odissea dei miei compagni migranti.

Penso alla migrazione come ad una "freccia", a volte se sei fortunato migri dalla parte giusta della freccia, e tutto é piú facile, mentre altre volte devi affrontare le consequenze di muoverti dal verso "sbagliato". Il problema é che da alcuni paesi partono molte "frecce" , mentre da altri non ne partono nessune.

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Como cantaba la Bandabardó: la fortuna se debe a la geografía. Totalmente de acuerdo, a eso le añado que también se relaciona al medio de trasporte del cual se dispone. Estoy hablando de la migración, del sueño de millones de personas, o mejor, del sueño rompido de millones de personas y del realizado de algunas.

En México existía un tren, o a lo mejor todavía existe, que desde Guatemala cruzaba todo el México hasta llegar en los Estados Unidos. Era un tren lleno de gente que enfrentaba un viaje extenuante sin ninguna certidumbre de llegar al "otro lado". La semana pasada, yendo a comer con algunos amigos, vi el armazón de este tren. Un tren de lámina, anónimo, gigante, estaba acostado en la noche obscura como una bestia olvidada. Luego esta mañana leí un articulo sobre una película/documentario que habla justamente de este tren y volví a pensar en la adventura-desgracia de ser un migrante.

Luego en el mismo día llegan desde Italia noticias desastrosas de un naufragio de un barco lleno de personas que habían enfrentado el mar en la búsqueda de una mejor vida, lejos de la guerra y de la pobreza.

¿Y yo? Sin duda tengo que asumir el mismo título de "migrante", el mismo que viene dado a las personas que viajaban en aquel tren o como las personas que murieron en aquel barco. A pesar de eso, estoy consciente que mi viaje, enfrentado en un cómodo aéreo de una compañía internacional, no tiene nada que ver con la odisea de mis compañeros migrantes.

Pienso a la migración como una "flecha", a veces si eres afortunado migras del sentido correcto de la flecha, y todo es más fácil, mientras que otras veces tienes que enfrentar las consecuencias de moverte del sentido "equivocado". El problema es que desde algunos países salen muchas "flechas", mientras que de otros no salen ninguna.



miércoles, 2 de octubre de 2013

Non mi chiamate patata da divano / Para que no me digan papa de sillón

Nei tempi di asanguefresso 
Dopo quasi due anni dedicandomi a satisfarre gli appetiti del mio lato piú capitalista, lavorando duro per guadagnare il vil denaro,  ho deciso di intraprendere una nuova avventura letterario-cibernetica per iniziare a nutrire il lato più umano che é in me (se ancora rimane qualcosa) e dare un canale di sfogo a tutto quello che si accumula nella mia mente durante il giorno e che non posso "scaricare" in nessun posto. Insomma, voglio avere una scusa pronta per attaccar bottone con i miei lettori, senza che mi si accusi di logorroica o di perdigiorno.
Non ho un tema preciso in mente, semplicemente scrivere su quello che mi va, sport di montagna, musica, viaggi, vita in un altro paese, poesia, bizzarrie linguistiche e forse di politica.
C'è stato un tempo nel quale avevo intrapreso lo stesso progetto con molto entusiasmo e mi sentivo una "lingua sagace", erano quelli anni di gioventú, di errori e di speranze. Ora torno allo stesso progetto con uno sguardo piú disincantato e forse meno rivoluzionario.

Nota del giorno: perdigiorno in inglese si dice "couch potato", che letteralmente sarebbe patata da divano :)

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Después de casi dos años dedicándome a satisfacer los apetitos de mi lado más capitalista, trabajando arduamente para ganar el vil dinero, decidí interprender una nueva aventura literal-cibernetica para empezar a alimentar el lado más humano que está en mi (si todavía queda algo), y dar una salida de escape a todo lo que se acumula en mi cabeza durante el día y que no puedo "descargar" en ningún lugar. En fin, quiero tener una excusa lista para "attaccar bottone" con mis lectores, sin que se me acuse de hablar hasta por los codos o de ser una nini.
No tengo un tema preciso en la cabeza, simplemente quiero escribir de lo que me da la gana, de deporte de montaña, música, viajes, vida en otro país, poemas, rarezas lingüísticas y quizás de política.
Hubo un tiempo en el cual había empezado el mismo proyecto con mucho entusiasmo y me sentía como una "pluma sagaz", eran estos años de juventud, de errores y de esperanzas. Ahora regreso al mismo proyecto con una mirada más desencantada y quizás meno revolucionaria.

Nota del día: para describir una persona que no hace nada todo el día, extremadamente floja, en españól usamos la palabra "nini", mientras que los ingleses le dicen "couch potato", literalmente "papa de sillón" :)






martes, 1 de octubre de 2013

Perché attaccar bottone? - ¿Por qué "attaccar bottone"?

Attaccar bottone come stilo di vita per conoscere nuove persone e nuove culture. Può risultare un atteggiamento un poco invasivo e impiccione, ma una volta che si prova a utilizzarlo non se ne esce piú.
In più da piccola mi piacevano da matti i bottoni tutti colorati e dalle forme strane, come se ogni bottone rappresentasse la diversitá culturale che ci circonda.

Pegar botón es una expresión italiana que significa empezar una conversación de la nada con una persona desconocida. Pegar botón quiere ser un estilo de vida para conocer a nuevas personas y nuevas culturas. Puede parece una actitud un poco invasora y chismosa, pero una vez que se intenta ponerla en marcha no se va a poder dejar.
Además cuando era niña me gustaban muchísimos los botones todos coloreados y con formas raras, como si cada botón representara la diversidad cultural que nos rodea.

Cosí que, diamo inizio a la scrittura!!
Así que a empezar a escribir!!