lunes, 30 de diciembre de 2013

Come soccombere alla moda e uscirne illesi / Cómo sucumbir a la moda y salir indemnes

Volevo intitolare questo blog "i fantastici anni '90", ma poi ho pensato che il discorso sulle mode era molti più azzeccato. Tornando a Senigallia non ho potuto fare a meno di notare che i branchi di ragazzine che si muovono in massa su e giù per il corso sono vestite tutte uguali, o per lo meno tentano di assomigliarsi tutte, come dei cani che si annusano e istintivamente sanno di appartenere alla stessa razza. Quest'anno è la volta degli anfibi della Dr. Martens e dei Woolrich rigorosamente aperti, mentre un paio d'anni fa andavano chiusi, così presa dall'osservazione generale ho cercato di fare con altre due amiche un esercizio di elenco degli accessori-mode passate alle quali abbiamo ceduto:
- Fornarina, con il tacco trasparente e di tutti i colori possibili immaginabili.
- Pantaloni a zampa di elefante, un anno siamo stati esposti alla variante di zampa de elefante con sfumatura
infondo.
- Un paio d'anni più tardi la zampa d'elefante ha lasciato il passo a i pantaloni strettissimi infondo, tanto stretti da non poterli neanche infilare.
- Borsa della Onix, tipo "da postino", con le sue pupette pin-up che facevano l'occhiolino ammiccanti.
- Felpa "pecorosa" della Napapijri, con la sua bandierini norvegese in mezzo al petto.
- Zaino dell'Invicta e della Seven, portati su un solo spallaccio.
- Dopo un pò d'anni sono stati superati dagli zaini della Napapijri e dell'Eastpack, portati con tutti e due gli spallacci.
- Per i maschi, catena nei pantaloni dell'Energy
- Ancora per i maschi, farsi una mesce di bioindo nel mezzo alla testa e tirarsela su con il gel.
Potrei continuare con una lista infinita, tutte prove che le ragazzine di oggi sono solo l'ultima evoluzione di quello che eravamo state noi, saranno le ragazzine di quelli che saranno i mitici anni '10, 20 anni più tardi, uguali, ma succubi di altre mode.

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Quería llamar este post "Los fantasticos años '90 ", pero luego pensé que la discusión sobre las modas era más apropiado. Regresando a Senigallia no pude no notar que los rebaños de jóvenes que se mueven en masa hacia arriba y hacia abajo de la calle principal del pueblo se visten todas iguales, o por lo menos tratar de parecerse, como perros que se huelen y saben de pertenecer a una misma raza. Este año fue el turno de las botas Dr. Martens y Woolrich (abrigo) estrictamente abierto, mientras que hace un par de años el mismo abrigo tenía que estar cerrado. Así, dejando de lado la observación presente, intenté hacer con otras dos amigas un ejercicio de recordar los accesorios-modas a los cuales no hemos podido resistir:
- Fornarina, zapatos deportivos con el tacón transparente de todos los colores posibles imaginables.
- Pantalones acampanados, un año fuimos expuestos a la variante los acampanados con sombras de otro color al final.
- Un par de años más tarde, los pantalones acampanados dieron paso a los pantalones apretados, tan estrechos que ni siquiera los pies podían pasar en ellos.
- Bolsa de Onix , al estilo de la del "cartero", con su muñequitas pin-up guiñando sensualmente.
- Sudadera con consistencia de pelo de oveja de Napapijri , con su bandiera noruega en el centro del
pecho.
- Mochila dell'Invicta y Seven, que se llevaban en un hombro sólo.
- Después de algunos años se han dejado de lado, abriendo el campo a las mochilas de Napapijri y de Eastpack , usadas con ambas correas en los hombros.
- Para los hombres, cadenas en los pantalones con la escrita del Energy
- Siempre para los hombres , una raya de guero en el pelo al centro de la cabeza, peinado con gel para que estuviera derechito.
Podría seguir con una lista interminable, pero todo eso demuestra que las niñas de hoy son sólo la última evolución de lo habíamos sido nosotras, las niñas son el espejo de los que serán los "fantásticos años '10", 15 años después, iguales, pero esclavas de modas diferentes.

martes, 24 de diciembre de 2013

Professione: antropologa / Profesión: antropóloga

Dopo un anno con la carta d'identità scaduta, facendo affidamento che le autorità messicane durante un eventuale controllo non avrebbero capito la scritta "valida fino", avevo deciso che era il momento di mettermi in regola con queste questioni burocratiche e dotarmi di un documento in regola per non andare in giro per le strade del Messico con il visto o con il passaporto visto che nella vecchia carta d'identità avevo una foto con l'età stimata di 20 anni. Per andare in anagrafe e imbattermi con la temutissima burocrazia italiana, avevo scelto un giorno strategico, la vigilia, e un orario ne troppo vicino all'apertura, quando si concentrano i vecchietti, ne troppo vicino alla chiusura, dove si concentrano i lavoratori e i perdigiorno. I miei calcoli furono azzeccati e appena entrata mi sono diretta a uno sportello, scoprendo con stupore che c'era la stessa impiegata che 6 anni prima mi aveva fatto quello stesso documento. Mi ha misurato con il suo occhio nascosto da una montatura spessa e dichiarato che era plausibile che ero alta 1.64, e che i miei capelli non erano più castani chiari, ma castani. Ho lasciato da parte che nella precedente carta d'identità avevo i capelli tinti, e che i miei capelli sono sempre stati dello stesso colore, ma a quanto pare in questo tipo di documenti contano più le apparenze che quello che c'è sotto. Poi mi ha chiesto la mia professione, e con orgoglio le ho detto che "antropologa", lei mi ha guardato e mi ha detto, "ah, come Piero Angela", e ha cercato nel suo computer questa professione per poterla inserire. Ovviamente nel computer dell'anagrafe di un piccolo comune, la professione "antropologo" era sconosciuta e per un momento l'impiegata mi stava convincendo a metterci "sociologa", o "giornalista", ma poi ho pensato che non sono mai stata una sociologa e che erano piú di tre anni che non esercitavo la professione di giornalista, quindi ho insistito a che mettesse "antropologa". Dopo una ricerca nel sito del ministero e un aggiunta alle professioni possibili di Senigallia anche a quello dell'antropologa, ha stampata la mia carta d'identitá, e per concessione burocratica sono passata da "studentessa universitaria" a "antropologa" con una gioia immensa. Cosí sono andata a casa soddisfatta del tutto, anche se tra me rimuginavo diverse cose, prima di tutto il fstto di essere la prima persona che si registri come "antopologa" nella mia cittá, ovviamente sapevo di non essere ne la prima ne l'ultima, ma mi son messa a pensare a cosa avessero messo gli altri antropologi della cittá, che fossero stati convinti a mettere un "sociologo" o qualche altra professione piú convenzionale? Poi ho pensato che a conti fatti in questo momento dovevo piuttosto dire che ero disoccupata, ma infondo non lavorare era stata una scelta mia maturata nei mesi per sfuggire a delle condizioni di lavoro che non mi convenivano, e infondo ho la soeranza di uscire da questo stato di "disoccupata" presto, incrociando le dita. Per ultimo ho pensato che mettere "antropologa" rappresentava anche un atto di presunzione perchè in realtà negli ultimi due anni avevo lavorato alla mecè del capitalismo, facendo ricerche che sì avevano a che fare con metodi e tecniche antropologiche, ma che rispondevano agli interessi di qualche politico o multinazionale, insomma niente a che vedere con l'idea romantica dell'antropologo che vive anni in un paese sconosciuto per capire la cultura e le usanze delle sue persone .... O forse no?
Intanto me ne torno a casa con il sorriso sulle labbra e con una carta d'identità nuova di zecca dove mi si attribuisce la professione, e mio parere, più inteessante di tutte e questo basta, per ora, a rendermi felice.

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Después de un año con la identificación caducada, dando por echo que las autoridades mexicanas en una
eventual revisión no habrían entendido lo que significa "valido fino", decidi que era el momento de ponerme en regla con estas cuestione burocráticas y tener una credencial en regla para no dar vueltas en México con mi visa o con el pasaporte dado que tenía esta identificación con una foto probablemente con una edad estimada de 20 años. Escogi un día estratégico para ir a las oficinas del registro poblacional, el día anterior a la Navidad, cuando todo mundo esta ocupado en otra cosa y un horario ni tan cercano a la hora de apertura (cuando la oficina esta llena de viejitos), ni tan cerca a la hora de cierre (cuando confluyen muchos trabajadores y los nini). Mis cálculos resultaron correctos y como entré  me dirigí sin ninguna cola a la ventanilla, descubriendo que había la misma empleada que 6 años antes me había echo el trámite. Me midió con sus ojos escondidos detrás de un armazón espeso y declaró que era plausible que medía 1.64, y que mi cabello ya no era castaño claro, sino castaño solamente. Dejé de lado decir que en la vieja identificación tenía el cabello pintado, y que mi cabello siempre estuvo del mismo del color, pero al parecer en este tipo de credenciales cuenta más la apariencia que lo que está detrás. Luego me preguntó a que me dedicaba para ponerlo en la identificación, y yo le contesté con orgullo "antropóloga", la empleada me miró y me dijo "ah, como Piero Angela" (un científico italiano que tiene un programa de divulgación muy famoso en Italia), y buscó en la computadora esta profesión para insertarla en mi identificación. Obviamente en el computer del registro poblacional de una pequeña ciudad, la profesión "antropólogo" no existía, y por un momento la empleada me estaba convenciendo de poner "socióloga" o "periodista", pero pensé que nunca en mi vida fui socióloga y que eran más de tres años que no hacía nada como periodista, así que insistí para que pusiera "antropóloga". Después de una búsqueda en el sitio de la secretaría de no sé que, añadió entre la lista de profesiones posibles de Senigallia también la del antropólogo, y pudo imprimir mi credencial en la cual, por concesión burocrática pasé de ser "estudiante universitaria" a "antropóloga", con mi grande felicidad. Así me fui completamente satisfecha, aunque entre mí estaba pensando en varias cosas, primero que nada en el echo de ser la primera persona que se registrara como "antropóloga" en mi ciudad, obviamente sabía que no era ni la primera ni la última, pero me puse a pensar que habían puesto los otros antropólogos de la ciudad, a lo mejor fueron convencidos a poner "sociólogo" o alguna otra profesión más convencional. Luego pensé que a finales de cuenta en esta temporada hubiera tenido que decir que era desempleada. Finalmente, pensé que poner "antropóloga" representaba también un acto de presunción porque en los últimos años había trabajado a la merced del capitalismo, haciendo investigaciones que sí tenían a que ver con métodos y técnicas antropológicas, pero que respondían a los intereses de algún político o a multinacionales, nada a que ver con la idea romántica que se tiene del antropólogo que vivía años en un país desconocido para captar la cultura y los usos y costumbres de su gente ...
Mientras tanto regreso a mi casa con la sonrisa en los labios y una identificación nuevísima donde se me atribuye la profesión, a mi decir, más interesante de todo, y esto es suficiente para hacerme feliz.

viernes, 20 de diciembre de 2013

L'albero del vicino è sempre più verde / El arbol del vecino es siempre màs verde

L'albero del vicino è sempre più verde, diceva il proverbio, o forse era l'erba, ma non importa. Con il Natale alle porte abbiamo assistito alla solita frenesia consumista del "se non addobbi la tua casa sei un grinch", con luci di natale messe anche in bagno per non far mancare l'allegria, con gnomi e altri esserini magici passeggiando per tutta la casa e l'immancabile albero di Natale. Tradizione che varca l'oceano, tanto in Messico che in Italia, se non hai l'albero di Natale non sei nessuno. Finto, vero, verde, bianco o rosa, l'imperativo è averlo. Anche se da ormai un paio d'anni mi batto contro gli alberi veri, e con la crudeltà con la quale vengono prima abbattuti, agghindati per le feste e poi tirati a metà gennaio per le strade. 
In particolare vorrei puntare il dito contro quelle cooperative intorno a Amecameca, a un'ora da Città del Messico, che incitano la gente a "venire e tagliarsi da soli il proprio albero", con famiglie intere che arrivano in flotta per abbattere con tanto di accetta i malcapitati alberi. Un buon esempio di civismo per i più piccoli, e una strizzata d'occhio al lato ecologista dei più grandi. In questo periodo l'autostrada da Ameca a Città del Messico è piena di famiglie in macchine con sopra legato come un salame il povero abete appena sradicato dalla sua collocazione naturale. Quello di cui ci siamo accorti è che questi abeti, per sì che si vedano più appetibili agli occhi dei futuri boscaioli, si pitturano di un verde acceso. Cioè, alberi veri, pitturati di verde. è come se qualcuno ci pitturasse a noi di rosa per farci fare più bella figura con i suoi amici .... 
Insomma, buone feste Laiche e senza Alberi a tutti. 

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El árbol del vecino es siempre más verde, decía el refrán , o tal vez era el pasto, pero no importa. Con la
Navidad a la vuelta presenciamos a la habitual frenesía de consumo del "si no decoras tu casa eres un grinch", con luces de Navidad puestas en el cuarto de baño para que no se pierda la diversión, con gnomos y otras criaturas mágicas caminando por toda la casa y el árbol de Navidad imperdible Tradición que cruza el océano, tanto en México como en Italia, si no tienes el árbol de Navidad, no eres nadie . Flaos, real, verde, blanco o rosa, el imperativo es tenerlo. Durante los últimos dos años he estado luchando contra el utilizo de los árboles de verdad , y la crueldad con que se cortan primero, se visten para las fiestas, y en fin, a mediados de enero, se tiran por las calles todos secos.
En particular, me gustaría señalar con el dedo a las empresas de toda Amecameca , a una hora del DF, que incitan a la gente a "venir y cortar ellos mismos su árbol", con familias enteras que llegan en la flotas para acabar con tanto de motosega con una gran cantidad de tristes árboles. Un ejemplo de buena ciudadanía a los hijos, y un guiño hacia el lado de ecologista de los mayores. En este período, la carretera de Ameca hacia el DF está llena coches de familias con atado un arbolito como un pobre salami, apenas desarraigados de su contexto natural. Lo que nos dimos cuenta recientemente es que estos árboles, para asegurarse de que se vean más atractivos a los ojos de los futuros leñadores, vienen pintados de un color verde brillante. Es decir, árboles reales, pintados de verde . es como si alguien nos pintara a nosotros de rosa para hacer mejor impresión con sus amigos ....
En fin, buenas fiestas Laicas y libre de árboles a todos.

lunes, 16 de diciembre de 2013

La vendetta di Giulio Cesare / La venganza de Julio César

Eccomi qui, un' altra volta in Italia, un' altra volta nella mia città, Senigallia. Sarà che le ultime due volte sono tornata d'inverno, ma mi sembra che niente sia cambiato, tutto, oggetti, case e persone, sembrano essersi conservati grazie alla patina di freddo che le circonda. Andando per le strade ci sono le stesse persone che camminano veloci dentro ai loro piumini, e i bar son pieni di gente che prende il caffè e che parla ad alta voce. Eppure se osservo bene qualcosa è cambiato anche qui: alcuni negozi hanno chiuso, soprattutto mi ha colpito il fatto che siano stati chiusi i due negozi della Chatwin, una marca di vestiti di lusso, segno inequivocabile della crisi. Poi per le strade si nota un boom tecnologico mai visto prima, Iphone da tutte le parti, anche in mano a sbarbatelli di 15 anni, segno che la crisi non è riuscita a scalfire del tutto le pretese di benessere della gente. All'inizio vagabondando per le strade della città mi sono sentita come un elemento estraneo a quel contesto, e per un attimo ho pensato di essere alle prese con una ricerca etnografica dove dovevo osservare la vita della gente del posto. Per fortuna in questo contesto mi potevo mischiare e passare inosservata, mentre altre volte la mia presenza era come quella di una zebra in mezzo a un branco di cavalli marroni. A parte il mio travestimento quasi perfetto, non ho potuto nascondere il mio arrivo: la vicina di casa del piano di sopra aveva capito che ero tornata perché mi aveva sentito soffiare inconfondibilmente il naso. E così altra gente per la strada che continuava a chiedermi del Messico facendo riferimento al paese dei mariachi, della gente facendo la siesta sotto al cactus e della calma. Inutile dirgli che il Messico è uno dei paesi con più ore lavorative a persona al mondo, con turni di 10 ore e uno stipendio magro anche per un lavoro altamente qualificato.Ma ho ancora tempo in questo mese per risolvere queste contraddizioni.

Se come non bastasse lo spaesamento spazio-temporale, ci si è messa tra i piedi anche la vendetta di Giulio Cesare, espressione coniata da me facendo eco alla famosa vendetta di Moctezuma presente in Messico, che colpisce tutti gli stranieri che mangiano prodotti messicani, facendoli finire in bagno per due giorni. Beh, se in Messico ancora non riesco a scamparmi la vendetta di Moctezuma, in Italia non sono esente dalla vendetta di Giulio Cesare, ogni volta che torno e sto due giorni al freddo, mi becco un influenza più o meno severa, questa volta con anche febbre alta. Welcome back.

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Pues aquí estoy, otra vez en Italia, otra vez en mi pueblo, Senigallia. Será que las últimas dos veces regresé en invierno, pero me parece que no ha cambiado nada, objetos, casa y personas; parecen haberse conservado gracias a la pátina de frio que las rodea. Yendo por las calles se pueden ver las mismas personas caminando rápidas dentro sus abrigos, y los bares están llenos de gente que toma el café y que habla a voz alta. A pesar de eso, si observo mejor, puedo ver que algo ha cambiado también aquí: algunas tiendas han cerrado, y sobre todo me llama la atención que hayan cerrado las dos tiendas de Chatwin, una marca de ropa de lujo, señal inequívoca de la crisis. Luego por las calles se puede apreciar un boom tecnológico nunca antes visto, IPhones en todos lados, hasta en las manos de escuincles de 15 años, señal que la crisis no logró cambiar del todo las demandas de bienestar de la gente. Al principio vagando por las calles del pueblo me sentía como un elemento extranjero en aquel contexto, y por un momento pensé de estar con una investigación etnográfica donde tenía que observar la vida de la gente del lugar. Afortunadamente en este contexto me podía mezclar y pasar desapercibida, mientras otras veces mi presencia era como la de una cebra en el medio de una manada de caballos café. Aunque con mi disfraz casi perfecto, no he podido esconder mi llegada: la vecina del piso de arriba supo que había regresado porque me había escuchado sonarme de manera inconfundiblemente la nariz. Y así otras personas por la calle que .

seguían preguntándome por  México haciendo referencia al país de los mariachis, de la gente haciendo la siesta bajo el cactus y de la tranquilidad. Hubiera sido inútil decirles que México es uno de los países con más horas de trabajo por persona en el mundo, con turnos de 10 horas y un sueldo mínimo aunque por un trabajo altamente calificado. Pero tengo todavía tiempo en este mes para resolver estas contradicciones
Y si la desorientación espacio-temporal no fuera suficiente, apareció con mucha molestia también la venganza de Julio César, expresión inventada por mí, haciendo referencia a la famosa venganza de Moctezuma de México. Así que, si en México todavía no puedo evitar la venganza de Moctezuma, en Italia no puedo huir tampoco de la venganza de Julio César, y cada vez que regreso y estoy dos días al frío, me tomo una gripa más o menos grave, esta vez con alta temperatura. Welcome back.


viernes, 13 de diciembre de 2013

Aeroporti internazionali e Santa Lucia / Aeropuertos Internacionales y Santa Lucia

Dopo 22 ore di viaggio, finalmente sono tornata a casa. Tre aerei e un autobus per raggiungere la mia amata Senigallia, e come sempre non sono mancati i colpi di scena, le sorprese e gli imprevisti del viaggio.
A città del Messico quando il tipo di AirFrance mi ha chiesto dove andavo gli ho risposto che in un villaggio di Italia che si chiama Ancona. A fatto una faccia interrogativa e ha cercato nel computer. Poi mi son corretta, "no, villaggio no, città" e mi son accorta che stavo già pensando con le dimensioni di una città di 21 milioni di abitanti, a comparazione della quale una città di 300 mila abitanti è un villaggio.
Ai controlli di sicurezza mi sono stupita della velocità con la quale una mamma con tre figli piccoli e due valige sia riuscita a passare a una velocità sorprendente. Due figli nelle braccia e l'altro che è passato fuori dal metal detector, e sono passati senza inconvenienti. Poi arrivata nell'areo, quello con il quale avrei attraversato l'Atlantico, mi sono trovata di fronte a un mostro di due piani, e io ero stata assegnata proprio al secondo piano, due file lontana dalla cabina dei piloti. La nostra hostess non parlava una parola di spagnolo, ne di italiano, e aveva un inglese peggio del mio, per la maggior parte del tempo faceva delle smorfie buffissime per cercare di capire quello che le stava dicendo la gente. Ma il problema più grande non era la hostess, ma che dietro di me c'erano due bambini urlatori bilingui, così potevano gridare in spagnolo o in francese, e che mi muovevano continuamente il sedile. Mi stavo iniziando a arrabbiare quando, dopo la partenza, i due sono caduti in un sonno profondo, e non hanno più rotto le scatole. Erano così addormentati che alla mattina, quando la hostess passa con la colazione, i piedi di un bambino stavano ostruendo il passaggio perché si era addormentato tutto storto e per poco la hostess non gli rompe una gamba con il carrello. Cosí dal mio sedile ho avuto pietà del bambino, ho fermato la hostess e ho dovuto muovere il bimbo perché sua madre era più addormentata di lui. 
A Parigi tutto bene, anche se c'era molta gente parlandomi in francese e non ci capivo assolutamente niente. Ma tra spagnolo e inglese, me la sono cavata abbastanza bene. Poi nell'areo verso Roma ero seduta vicino a un gruppo di 8 napoletani, e li mi son resa conto che capisco meglio l'inglese al napoletano. Sono stata li vicino a loro 2 ore e non ci ho "azzeccato" una parola. 
Arrivata a Roma la prima cosa che ho fatto è andare a mangiare un mozzarella, ormai lo stavo sognando da più giorni ed è stato come un desiderio realizzato. Poi da Roma, ormai alle 9 e mezzo di sera, abbordiamo l'areo per Ancona. Quando l'ho visto il mio primo pensiero è stato: "questa cosa non può volare". Era un areo degli anni '80, con delle grosse eliche in tutti e due i lati, con in totale una trentina di posti. Quando ha messo in moto si è messo a tremare tutto, e dal mio posto vicino al finestrino mi aspettavo da un momento all'altro che sarebbe andato a schiantarsi un piccione delle eliche, come succede nei cartoni. Insomma, non so come sta cosa è riuscita a prendere il volo, e a metà tragitto l'hostess ci ha comunicato che non avremmo potuto atterrare ad Ancona per la fitta nebbia, e che saremmo dovuti atterrare a Pescara. Sull'areo si è
scatenata una rivolta popolare, la hostess è dovuta fuggire al linciaggio, e la gente si stava già riunendo in gruppetti per dirottare l'areo. Io ho solo pensato che se c'è tanta nebbia, meglio fare atterrare sta cosa dove è più sicuro, perché se ha retto un decollo non era detto che avrebbe retto un atterraggio. Così abbiamo fatto un atterraggio d'emergenza a Pescara, due ore sotto a Ancona, e una volta atterrati, la rivolta popolare è continuata in terra. L'hostess ormai era sparita e l'ira della gente si è concentrata con due addetti dell'aeroporto. Dal nulla appare un tizio cubano che era sullo stesso volo, che ci chiede dove eravamo e perché eravamo tutti arrabbiati, gli diciamo che eravamo a Pescara, e sembra cascare dalle nuvole: "Pescara? Ma dov'è?". Dopo mezz'ora d'attesa arriva un autobus tutto scassato che ci avrebbe condotto fino ad Ancona, insieme all'autobus è arrivata un BMW per il trasporto dei piloti e della povera hostess che era quasi svenuta. Prima della partenza dell'autobus c'erano state scenate varie, di gente che voleva un taxi fino a casa sua, o che voleva essere lasciata a un punto intermedio, ma gli addetti dell'aeroporto erano stati chiari, l'unica fermata sarebbe stata Ancona. Così siamo partiti e c'era un gruppetto che continuava a confabulare e ad organizzare un piano per sabotare il viaggio. Così nei pressi di un casello, un tipo ha iniziato a urlare "Mi sento male, fatemi scendere!", l'autista non ne ha voluto sapere niente, e così il tipo ancora più arrabbiato "questo è sequestro di persona, io la denuncio!". Un altra ore e siamo arrivati a destinazione dopo 22 ore dalla partenza... il viaggio non finisce mai di sorprendermi.

Ed oggi è Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia :)

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Y después de 22 horas de viajes, finalmente regresé a mi casa. Tres aviones y un camión para alcanzar mi amata Senigallia, y como siempre no faltaron los imprevistos, las sorpresas, las adventuras del viaje. 
En el aeropuerto del DF, cuando el tipo de AirFrance me preguntó donde viajaba, le contesté que en un pueblo de Italia que se llama Ancona. Este hizo una cara de interrogación y buscó en la computadora. Luego me corregí: "no, no es un pueblo, es una ciudad" y me di cuenta que ya estaba pensando con las dimensiones de una ciudad de 21 miliones de habitantes, a comparación de la cual una ciudad de 300 mil habitantes es un pueblo. 
A los controles de seguridad me sorprendí mucho de la velocidad con la cual un mujer con tres hijos chiquitos y dos maletas logró pasar. Con dos hijos en los brazos y el otro que pasó fuera del metal detector, y pasaron sin inconvenientes. Luego llega al avión, aquel con el cual tenía que pasar el charco, me encontré en frente a una bestia de dos pisos, y yo fui asignata justamente al segundo piso, dos filas lejos de la cabina de los pilotos. Nuestra sobrecargo no hablaba nada de españól ni de italia, y tenía un inglés peor que el mío, por lo que por la mayoría del tiempo había muecas chistosisimas para intentar entender lo que le estaban diciendo las personas. Pero el problema más grande no era la sobrecargo, sino que detrás de mi habían dos niños gritones bilingues, así que podían gritar tanto en español que en frances, y que me movía sin parar mi asiento. Me estaba empezando a enojar cuando, después de despegar, los don cayeron en un sueño muy profundo, y dejaron de molestar. Los dos estaban así durmidos, que en la mañana cuando pasó la sobrecargo con los desayunos, los pies de un niño estaban ostruyendo el pasaje porque se había dormido todo chueco, y por poco no le rompe una pierna con su carrillo. Así que me dio piedad del niño, paré la sobrecargo, y desde mi asiento moví al niño ya que su mamá estaba más dormida que él.
A Paris todo en órden, aunque había mucha gente hablandome en frances y no le entendía absolutamente nada. Pero entre español e ingles logré salir de los apuros. Luego en el avión hacia Roma estaba sentada cerca de un grupo de 8 napolitanos, y me di cuenta entonces que entiendo mejor el ingles que el napolitano. Quedé allí 2 oras cerca de ellos y no entendí ni una palabra. 
Llegada a Roma la primera cosa que hice fue ir a comer un queso mozzarelle, ya lo estaba soñando por días y fue como un deseo realizado. Luego desde Roma, cuando ya eran las 9 y media de la noche, abordamos el avión por Ancona. Cuando lo vi mi primer pensamiento fue: "Esta cosa no puede volar". Era un avión de los años '80, con dos grandes elices en los dos lados, y con un total de 30 asientos. Cuando se prendió el motor empezó a tremblar fuertisimo, y desde mi lugar cerca de la ventanilla me esperava que de repente hubiera ido a chocar un ave en las elices, como pasa en las caricaturas. Pero bueno, ni sé como logró despegar, que a la mitad del viaje la sobracargo nos dice que no ibamos a poder atterrizar en Ancona por la mucha nieblina que había allá, y que ibamos a atterrizar a Pescara. En el avión estrelló la revuelta popular, la sobrecargo tuvo que huir en un baño por miedo a que la licharan, y la gente empezó a unirse en grupitos para dirotar el avión. Yo solo pensé que si había mucha siembra, mejor era hacer atterrizar aquella cosa en un lugar más seguro, porque si había logrado despegar no era seguro que hubiera aguantado un atterrizaje. Así hicieron un atterrizaje de emergencia a Pescare, dos horas abajo de Ancona, y una vez atterrizados, la revolución siguó en tierra. La sobrecargo ya había desaparecido y el enojo de la gente se concentró en dos encargados del aeropuerto. Desde la nada aparece un tipo cubano que estaba en nuestro mismo avión, que pregunta donde estabámos, y porque todos estaban enojados, así que le dijimos que estabamos a Pescara y pareció recibir la noticia de golpe: "¿Pescara? ¿Y dónde está?." Después de media hora de espera llega un camión todo viejo que nos hubiera llevado a Ancona, y junto al camión llegó también una BMW por transportar los pilotos y la pobre sobrecargo que ya estaba casi desmayada. Antes de que arrancara el camión, habían habido alguns discusiones, de gente que quería un taxi hasta su casa, o que quería que el camión los dejara en un punto intermedio, pero los encargados del aeropuerto fueron claros: la única parada era Ancona. Así nos fuimos de Pescara y un grupido seguía organizandose y orquestrando un plan  para sabotear el camión. Así cerca de una gasolinera a la mitad del camino, un tipo empezó a gritar: "Me siento mal! Me haga bajar!", pero el choffer no quiso saber nada de su teatrito y así el tipo siguió con su actuación: "Esto es sequestro de persona, yo la denuncio!". Otra hora más y llegamos a nuestro destino, 22 horas después de mi primer vuelo ....el viaje nunca deja de sorprenderme. 

Y hoy es el día de Santa Lucia, el día más corto de todo el año. En italiano lo dicen con una frase que hace rima: "Santa Lucia, il giorno piú corto che ci sia." :)

miércoles, 11 de diciembre de 2013

Il giorno della partenza / El día de la despedida

Il giorno della partenza, quello in cui le valige ti guardano con aria interrogativa suggerendoti che ti manca qualcosa.
Il giorno della partenza, quello che é come uno strappo, una ferita che si forma dentro e che si ricuce con il tempo.
Il giorno della partenza, quello dove capisci che la parola casa può avere un significato polisemico, con due oggetti che incarnano quella parola.
Il giorno della partenza, quello dove sai che dovrai salutare qualcuno per incontrare a qualcun'altro.
Il giorno della partenza, quello dove devi pensare ai vestiti che ti metterai per arrivare a un clima totalmente diverso.
Il giorno della partenza, quello che lo passi a mettere in fila passaporto, visto e carte di credito.
Il giorno della partenza, quello in cui un "arrivederci" ti lascia sempre il sapore amaro in bocca.
Il giorno della partenza, quello in cui ti ricordi quella prima "partenza" che ha cambiato la tua vita.

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El día de la despedida, aquel en el cual las maletas te miran con aire de interrogación, sugiriendote que te falta algo.
El día de la despedida, aquel que es como un arranque, una herida que se hace adentro y que se cose con el tiempo.
El día de la despedida, aquel donde entiendes que la palabra "casa" puede tener un significato polisemico, con dos objetos que encarnan aquella palabra.
El día de la despedida, aquel donde sabes que tendrás que despedirte de alguien por poder encontrar a alguien más.
El día de la despedida, aquel donde tienes que pensar a la ropa que te pondrás para llegar a un clima totalmente diferente.
El día de la despedida, aquel que lo pasas a poner en orden pasaporto, visa, tarjetas de crédito.
El día de la despedida, aquel en el cual un "adios" te deja siempre un sabor amargo en la boca.
El día de la despedida, aquel en el cual te acuerdas de aquella primera "despedida" que cambió tu vida.

martes, 10 de diciembre de 2013

Essere hippie e non saperlo / Ser hippie y no saberlo

Uno passa una vita a cercare di distruggere gli stereotipi che la società costruisce intorno alle persone, e poi ti trovi davanti ad un individuo che incarna perfettamente quell'immagine stereotipata.
Così ci é successo lo scorso fine settimana quando con altri due compagni ci siamo imbattuti nel Sr. Hippie, non abbiamo mai saputo il suo nome, ma chiamarlo Hippie basta e avanza. Il contesto dove Sr. Hippie si trovava era abbastanza diverso dalla sua collocazione naturale, perché ce lo siamo ritrovati a 4500 metri, scalando una delle montagne piú alte del Messico. L'abbiamo visto per il cammino, e salutava a tutti con aria sorridente, ma non gli abbiamo dato molto peso. Aveva con se uno zaino con appese coperte indiane e altri mille ninnoli, e ovviamente capelli con dread tutti spettinati. Poi peró quando stavamo tornando indietro in macchina, ci siamo ritrovati al Sr. Hippie che stava camminando scalzo per strada facendo auto-stop. Ci siamo guardati un attimo, e abbiamo voluto caricarlo su, per vedere se aveva qualche storia interessante da raccontare.
Ha detto di essere della Repubblica Ceca, di un paesino a un'ora da Praga, e che erano uno o due anni che era in viaggio. Gli ho chiesto se vendeva qualcosa o se lavoricchiava e ha detto di no, perché prima faceva vestiti, ma ora non ha molto tempo ... Ci ha raccontato che prima di Cittá del Messico era stato a Real de Catorce por una "festa", poi sarebbe andato a Tulum, perché c'era una "festa", e che da li sarebbe andato in Costa Rica, perché l'avevano invitato a un altra "festa", e che da li in Bolivia dove voleva comprare un terreno con altri suoi amici vicino a delle acque termali, per fare delle "feste". Che le feste siano piú redditizie di vendere vestiti? Con che soldi compra da mangiare sto tipo? Ma soprattutto, che diavolo ci faceva nella montagna? Forse aveva ricevuto la soffiata che si sarebbe fatta una festa? Cosí gli ho chiesto del perché la montagna, e ci ha raccontato con il buon umore che lo contraddistingueva la sua avventura nella montagna: aveva dormito intorno ai 4500 con un sacco a pelo di +15 gradi centigradi, quando la temperatura di notte aveva raggiunto i -5 gradi o meno, aveva sentito un "pó" di freddo.
Gli abbiamo chiesto qual'era stato il paese che gli era piaciuto piú di tutti, e aveva detto che era la Nuova Zelanda. Cosí ho fatto un uscita dicendo che sarebbe bello trovare lavoro laggiú, e lui ha risposto che "di che ti serve il lavoro se ci sono le feste?" Che logica schiacciante.
Un dettaglio interessante, Sr. Hippie ci ha detto che Skoda, la famosa marca di macchine, in ceco significa "pietá", ed abbiamo riso un pezzo pensando al propietario al quale non era venuto in mente nessun nome migliore.
Cosí lo abbiamo scaricato nella piazza principale di Ameca, dicendogli di mandarci una mail quando avrebbe organizzato le feste nella sua propietá in Bolivia, sicuri che avremmo sentito parlare di una nuova Woodstook.
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Uno pasa una vida intentando destruir a los estereotipos que la sociedad contruye alrededor de las personas,
y luego se topa con un individuo que encarna a la perfección aquella imagén estereotipata.
Así nos pasó el pasado fin de semana cuando, con otros dos compañeros, nos topamos con el Sr. Hippie, nunca supimos su nombre, pero llamarlo Hippie es suficiente. El contexto donde Sr.Hippie se encontraba era bastante diferente de su colocación natural, por que nos lo encontramor  4500 metros, escalando una de las montañas más altas de México. Lo vimos por el camino, y estaba saludando a todos con una gran sonrisa, pero no le dimos mucho peso. Tenía una mochila con colgadas cobijas con dibujos de la India y otros miles de chacharas, y obviamente con los cabellos con dread todos despeinados. Sin embargo cuando estabámos regresando con el coche, nos encontramos Sr.Hippie que estaba caminando descalzo por la calle pidiendo raid. Nos miramos un momento, y quisimos cargarlo en el coche para ver si tenía alguna historia interesante por contar.
Dijo de ser de la Republica Checa, de un pueblo a una hora de Praga, y que eran uno o dos años que estaba viajando. Le pregunté si vendía alguna cosa o si trabajaba en algo y dijo que no, porque antes hacía ropa, pero que hora no tiene mucho tiempo ... Nos contó que antes del DF había estado a Real de Catorce porque hubo una "fiesta", que luego tenía planeado ir a Tulum, porque había otra "fiesta", y de allí a Costa Rica, porque lo habían invitado a una "fiesta", y de de allí en Bolivia donde quería comprar un terreno con unos amigos cerca a unas aguas termales, para hacer unas "fiestas". ¿Qué las fiestas sean más redituables que la ropa? ¿Con qué dinero se compra de comer este tipo? Y sobre todo, ¿Qué diablo estaba haciendo en la montaña? ¿A lo mejor le había dicho alguien que iba a haber una fista en la cima? Así le pregunté del por que la montaña, y nos contó con el buen humor que lo distingue que había dormido a los 4500 metro más o menos con uno sleeping de +15 grados, cuando la temperatura en la noche había alcanzado los -5 grados o menos, y que había sentido un "poco" de frío.
Le preguntamos cual había sido el país que le había gustado más que todos, y nos dijo que fue la Nueva Zelanda. Así hice el comentario que estaría muy interesante poder encontrar trabajo allá, y el me contestó: "¿De qué te sirve el trabajo si hay fiestas? Que lógica tan concluyente.
Un detalle interessante, Sr. Hippie nos contó que Skoda, la famosa marca de coches, en checo significa "piedad", "lástima", así que nos reímos un buen rato pensando al dueño al cual no había occurrido mejor nombre.
Así lo bajamos en la plaza de Ameca, diciendole que nos hubiera mandado un correo en cuando hubiera organizado las primeras fiestas en su propiedad de Bolivia, seguros que hubieramos escuchado de una nueva Woodstrock.

jueves, 5 de diciembre de 2013

Questo post é per te, lettore malesiano sconosciuto / Este post es para tí, lector malasio desconocido

I miracoli del mondo moderno e della tecnologia mi fanno sapere ogni giorno quante persone leggono questo blog e da dove mi leggono. Per questo oggi sono rimasta abbastanza perplessa quando Blogger mi ha detto che avevo avuto piú di 100 visualizzazioni dalla Malesia, che si era piazzato al secondo posto per numero di visite dopo l'Italia, lasciando al terzo posto il Messico.
Mi sono fermata a riflettere se avevo tra le mie conoscenze qualche web-master malese, ma apparte un contatto in Giappone, la mia lista di amicizie in Asia é pressoché nulla. Ho pensato a qualche amico di couchsurfing in giro per l'Asia, ma nessuno si trova da quella parte del mondo. E allora? Da dove diavolo saltano fuori queste 100 visualizzazioni?
Ma la domanda piú intrigante è: cosa ci capisce del blog una persona che parla malese? Leggerá in italiano o in spagnolo? O forse sto solo peccando di sottovalutare la cultura melese che é piena di gente che parla lingue straniere?
Sento la urgente necessitá di mandare un messaggio a questo lettore sconosciuto, un messaggio di fratellanza e di solidarietá nella sua lingua, per fargli capire che conosco la sua esistenza, anche se siamo a milioni di kilometri di distanza. Questo post é per te, lettore malesiano sconosciuto, non so chi sei, come vivi o quali sono i tuoi sogni, ma grazie comunque per leggermi.

Pemain Malaysia anda orang asing, terima kasih kerana membaca saya

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Los milagros del mundo moderno y de las tecnología me hacen saber todos los días cuántas personas leen este blog y de cuál país. Por eso hoy quedé bastante sorprendida cuando Blogger me dijo que tenía más de 100 páginas vistas desde la Malasia, que se calificó al segundo lugar por número de visitas después de Italia, dejando en tercer lugar el México.
Me puse a reflexionar si tenía entre mis conocidos algún web-master malasio, pero a parte de un contacto en Japón, mi lista de amistades en Asia es casi nula. Pensé en algún amigo de Couchsurfing en viaje por Asia, pero ninguna se encuentra en aquella parte del mundo. ¿Pero entonces? ¿De dónde diablo salen estas 100 visualizaciones?
Pero la pregunta más intrigante es: ¿qué le entiende del blog una persona que habla el malayo? ¿Leerá en italiano o en español? O quizás esté pecando de subestimar la cultura malaya que es llena de gente que habla idiomas extranjeros?
Siento la urgente necesidad de mandar un mensaje a este lector desconocido, un mensaje de fraternidad y de solidaridad en su idioma, para que entienda que sé de su existencia, aunque si estamos a millones de kilómetros de distancia. Este post es para ti, lector malasio desconocido, no sé quien eres, cómo vives, o cuáles son tus sueños, pero de todas formas gracias por leerme.

Pemain Malaysia anda orang asing, terima kasih kerana membaca saya



miércoles, 4 de diciembre de 2013

Io, la nipote di Al Capone / Yo, la nieta de Al Capone

A gran richiesta, racconteró anche questa storia, di quella volta che mi hanno detto che ero la nipote di Al Capone, tanto per ricollegarsi agli stereotipi intorno agli italiani.
Tutto é cominciato quando, finita la pratica di torrentismo, siamo tornati al posto dove avevamo lasciato le macchine, e sorpresa ... la macchina di una amica era sparita nel nulla. Dopo lo shock iniziale, abbiamo iniziato a chiamare alla grú, all'assicurazione e agli altri numeri di circostanza, e in quel momento é passato casualmente davanti al luogo del crimine un poliziotto in motocicletta.
Lo fermiamo ed era Dracula, cioé, un poliziotto con le fazioni di Dracula, con tanto di canini appuntiti che avrebbero potuto mordere qualsiasi collo che avevano a portata di mano. Cosí spieghiamo la situazione a Dracula, e inizia a circonscrivere il luogo del delitto. Fa le domande di circostanza alla proprietaria della macchina e poi a qualcuno gli viene in mente che il ladro avrebbe potuto rubare anche le altre macchine, cosí ci siamo messi a vedere se c'erano tentativi di furto nei veicoli vicini.
L'attenzione viene catturata da un Golf blu che era parcheggiato dietro all'auto sparita, dal finestrino vediamo che sotto al volante sporgevano un groviglio di fili, e Dracula cerca di aprire l'auto per vedere se la portiera era stata forzata. Senza nessun problema apre la porta del copilota. Io mi incuriosisco e cerco di aprire il portabagagli, che si mi apre senza nessun problema. Cosí richiamo a Dracula e gli insegno la mia scoperta, questo mi fissa e mi chiede: "Come hai fatto ad aprirla?, ed io: "Come si aprono tutti i porta bagagli: con il bottone." Ma é rimasto a fissarmi un pezzo.
Poi chissá chi gli ha detto che ero italiana, e Dracula ha iniziato a dirmi (per fortuna in tono di scherzo) che sicuramente ero io quella che apriva le macchine, perché ero la nipote di Al Capone, e potevo fare quello ed altro. Mi ha detto che avevo aperto il portabagagli con una unghia, e che mi dovevano fare qualche domanda in piú per sapere dove avevo portato la macchina della mia amica. Cosí gli dico: "Ma non mi vede poliziotto? Io sono povera, se fossi un ladro a quest'ora c'avrei una macchina", e lui: "Sí, ma ti riesce benissimo aprirle".
Poi sono arrivati i rinforzi di Dracula, altri due poliziotti, a uno gli mancavano tutti i denti, e l'altro aveva un espressione abbastanza innoqua. Dracula raccontó la storia della nipote di Al Capote agli altri due, e Senza Denti si mi é avvicinato per chiedermi l'autografo.
Alla fine ho preferito allontanarmi dal luogo del delitto, non fosse mai che indagando nel mio albero genealogico avrebbero scoperto che sono la vera nipote di Al Capone, muahahahahahahah

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Debido a la gran demanda, contaré también esta historia, de aquella vez que me dijeron que era la nieta de Al Capone, justo por enlazarse al otro post sobre los estereotipos de los italianos.
Todo empezó cuando, terminada la práctica de cañonismo, regresamos al lugar donde habíamos dejado los coches, y sorpresa .... el coche de una amiga había desaparecido. Después del shock inicial, empezamos a llamar a la grúa, al seguro y a todos los números que se llaman en estas ocasiones,  justo en aquel momento pasó casualmente por ahí un policía en moto.
Lo paramos y era Dracula!!, o sea, un poli con las facciones de Dracula, con todo y colmillos afilados que hubieran podido morder cualquier cuello que se le hubiera presentado en frente. Así explicamos a Dracula la situación, y éste empezó a circunscribir el lugar del crimen. Hizo las preguntas de circunstancia a la dueña del coche, y en ese momento a alguien se le ocurre comentar que el ladrón hubiera podido robar cualquiera de los otros coches, así que nos pusimos a examinar si habían intentado el robo en los coches cercanos.
Nos llamó la atención una Golf azul que estaba estacionado justamente detrás del coche desaparecido, desde la ventanilla vimos un caos de hilos abajo del volante, y Dracula intento abrir el coche para ver si la puerta había sido forzada, sin ningún problema abrio la puerta del copiloto. Ya me estaba apasionando toda esta historia, así que intente abrir de mi iniciativa la cajuela, y se abrio sin ninguna resistencia. Así llamé la atención de Dracula y le enseñe mi descubrimiento, este se queda mirándome y me pregunta: "¿Cómo hiciste para abrirla?", y yo: "Como se abren todas las cajuelas: con el botón.". Pero se quedó mirándome sospechoso un rato.
Luego quien sabe quién le dijo que era italiana y Dracula empezó a decirme (afortunadamente en tono de broma), que estaba seguro que era yo la que abría los coches, porque era la nieta de Al Capone, y podía hacer lo que quería. Dijo que había abierto la cajuela con una uña, y que me tenía que hacer algunas preguntas más para saber dónde había llevado el coche de mi amiga. Así que le dije: "Pero poli, ¿Qué no me ve? yo soy pobre, si fuera una ladrona a esta hora tendría un coche.", y él: "Sí, pero ¿Qué tal te gusta abrirlos, eh?".
Luego llegaron los refuerzos de Dracula, otros dos polis, a uno le faltaban todos los dientes, y el otro tenía una expresión bastante inocua. Dracula contó la historia de la nieta de Al Capone a los otros dos, y Sin Dientes se me acercó a pedirme el autógrafo.
Al final preferí alejarme del lugar del crimen, no fuera que se hubieran puesto a investigar mi árbol genealógico y hubiera descubierto que soy la verdadera nieta de Al Capone, muajajajajajaja…

PD. Storia vera fino all'ultimo paragrafo / Historia verdadera hasta el último párrafo :p

lunes, 2 de diciembre de 2013

La tuta non fa il corridore / El traje de correr no hace el corredor

Quando due anni fa avevo iniziato a correre, mi ricordo che potevo fare al massimo un kilometro trottando, e poi stremata dovevo fermarmi per riprendere fiato. A quel tempo la mia frase preferita era "una tuta non fa il corridore", e credevo che l'allenamento non avrebbe fatto miracoli. Poi quando ho provato a correre nel DF anche peggio, perché l'altitudine (2.421 metri) era un avversario in piú che si metteva di mezzo tra la meta e i miei sforzi per raggiungerla.
Poi piano piano ho iniziato a correre un pó di piú. La testardaggine mi ha aiutato, e poco a poco ho raggiunto i 2, 4 e 6 km. In algune occasioni durante gli allenamenti di barranchismo arrivavamo a correre sui 8,9 km, e le mie gambe rispondevano abbastanza positivamente allo sforzo e il mio fiato cercava de stare al passo delle gambe.
Cosí quando il sabado mi hanno proposto di correre una gara di 6 o di 12 km, ho visto l'opportunitá di mettermi alla prova, di mettere alla prova la preparazione, sforzi che avevo fatto in precedenza. Con altri compagni del montagnismo abbiamo deciso di correre la gara di 12 km, e cosí la mattina dopo, con poco sonno alle spalle e tante speranze, mi sono infilati in una tuta e sono andata al parco dove si sarebbe svolta la gara. Sapevo che il cioccolato che avevo nascosto nella tasca della tuta mi avrebbe salvato la vita o per lo meno aiutato in un paio di km, e che i due compagni con i quali avevo programmato di correre la gara potevano essere degli zuccheri ancora piú forti per spingermi ad arrivare alla meta.
Arrivata ho iniziato a guardarmi intorno, e ho adocchiato gli avversari più teminibi: dei signori sulla sessantina, tutti pelle e ossa, che stavano saltellando per il parco. C'era anche qualche bambino e molte ragazze, anche se il corridore medio era un uomo palestrato sulla trentina.
Cosí alle 7.10 in punto abbiamo iniziato a correre. In poco tempo ci siamo fatti largo tra le persone che avevano un passo piú leggero e ci siamo fermati su un buon ritmo. Ora che tutto é finito posso disegnare la curva della mia motivazione durante la gara: sono partita alla grande, fino al km 4 piú o meno ho corso ad un ritmo molto forte, ma arrivata al 4 volevo solo tirarmi per terra e gattonare fino al traguardo. Cosí i miei saggi compagni di corsa mi hanno fatto abbassare il ritmo, e con il nuovo ritmo ho potuto riprendermi, al km 5 stavo iniziando a recuperarmi e sentimi meglio. Ho scartato il cioccolato e ho iniziato a recuperare le forze. Cosí dal km 5 al 11 sono andata recuperandomi e sentendomi meglio, poi all'11, sentendo che il traguardo era vicino, ho ceduto un'altra volta e sono arrivata al traguardo con un bel fiatone.
La curva della motivazione sarebbe continuata a scendere se non fosse stata per i miei compagni di corsa, che tutto il tempo mi hanno motivata e fatta sentire accompagnata. So che la corsa é una cosa individuale, ma in gruppo penso che sia molto piú facile.
Alla fine sono stata tanto contenta di aver raggiunto i 12 km che mi sono messa a saltare, scordandomi per un momento di recuperare il fiato. Una ora e 10 minuti per raggiungere la meta, e un giorno completo per essere felice di averla raggiunta.
Ora l'obiettivo é migliorare questo tempo e di andare per una mezza maratona.

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Cuando dos años atrás empecé a correr, me acuerdo que podía hacer máximo un kilómetro trotando, y luego cansadísima, tenía que pararme para tomar aire. En ese entonces mi frase favorita era que "un traje de correr no hace el corredor", y creía que el entrenamiento no hubiera hecho milagros. Luego cuando intenté correr en el DF me fue aún pero, porque la altitud (2.421 metros), era un contrincante más que se interponía entre la meta y mis esfuerzos para alcanzarla.
Luego paulatinamente empecé a correr más. Siendo terca por naturaleza, poco a la vez alcancé los 2, 4 y 6 km. En algunas ocasiones durante los entrenamientos de cañonismo alcanzaba correr 8,9 km, y mis piernas respondían bastante positivamente al esfuerzo y mi respiración intentaba estar al paso de las piernas.
Así cuando el sábado me propusieron de correr una carrera de 6 o de 12 km, he visto la oportunidad me meterme a la prueba, de meter a la prueba la preparación y los esfuerzo que había echo los meses anteriores. Con otros compañeros de cañonismo decidimos correr la carrera de 12 km, así que la mañana después, con pocas horas de sueño y muchas esperanzas, me metí mi traje de corredora y me fui al parque donde se hubiera llevado al cabo la carrera. Sabía que el chocolate que había escondido en el bolsillo de la chamarra me hubiera salvado la vida de ser necesario o por lo menos ayudada en un par de km, y que los compañeros con los cuales había planeado correr la carrera podían ser unos azucares aún más fuertes para empujarme hacia la meta.
Llega al parque empecé a mirarme alrededor. Primero que nada identifiqué a los adversarios más temibles: unos señores de sesenta años, todos piel y huesos, que estaban echándose saltitos por el parque. Luego había algún niño y muchas chicas, aunque el corredor promedio era un hombre palestrado de treinta años.
Así a las 7.10 en punto empezamos a correr. En poco tiempo nos abrimos el camino entre las personas que tenían un paso más ligero y nos establecemos a un buen ritmo de corrida. Ahora que todo terminó, puedo dibujar la curva de mi motivación durante la carrera: empecé muy motivada, hasta los 4 km más o menos corrí a un ritmo muy fuerte, pero llegada a los 4 lo único que quería hacer era tirarme en el piso y llegar así a la meta. Así que mis sabios compañeros de corrida me hicieron bajar de ritmo, y con nuestro nuevo paso he
podido recuperarme, al km 5 ya estaba empezando a sentirme mejor. Saqué el chocolate y empecé a recuperar las fuerzas. Así que del km 5 al 11 fui recuperándome y sintiéndome mejor, hasta que al km 11, sintiendo la meta muy cercana, cedí un poco, empecé a sentirme un poco floja y llegué a la meta con bastante trabajo.
La curva de la motivación hubiera seguido bajando si no hubiera sido por mis compañeros de corrida, que todo el tiempo me han echo sentir acompañada. Sé que la corrida es una cosa individual, pero creo que en grupo sea todo más fácil.
Al final estuve muy muy feliz de haber alcanzado los 12 km, tanto que me puse a salterar, olvidandome por un momento de recuperar el aire. Una hora y 10 minutos para alcanzar la meta, y una día ocmpleto para ser feliz para haberla alcanzada.
Ahora el objetivo es mejorar este tiempo e ir por un medio maratón :)