jueves, 29 de enero de 2015

Le mie biciclette ed io / Mis bicis y yo

La prima volta che ho preso una bicicletta nel DF ho capito che sarebbe stata un'esperienza totalmente nuova, e che anni, decenni passati a bodo di una bicicletta spedalando per lungo e largo nelle strade della mia cittá, non mi sarebbero serviti a niente in questa metropoli.
La prima volta che sono salita a borda di una bicicletta vera avevo piú o meno  5 anni, e andavo come una matta sotto ai portici davanti a casa mia, con i piedi piú per terra che nei pedali.  Poi ci siamo trasferiti in una strada chiusa, e quindi potevo andare a mio piacimento “sperimentando”. La mia bicicletta aveva un cestino di paglia, e in un mese era giá scomparso da li per tante cadute.  Anni dopo i miei genitori mi dicevano che ancora trovavano pezzi di paglia intorno alla casa e si ricordavano del mio cestino. Por sono cresciuta e le biciclette sono cresciute con me.  Quando facevo le elementari, mio padre mi accompagnava tutte le mattine a scuola con la sua bicicletta, ed io mi sentivo una principessa arrivando a bordo della canna davanti ai miei amichetti.  Mi ricordo di una mountain bike verde,  credo fosse di qualche cugino, che abbiamo dato a un amico dei miei genitori, che in cambio ci ha dato una bici da donna da cittá esattamente la mia taglia. Questa bici barattata mi ha accompagnato in tutti i miei viaggi delle superiori ed è ancora la mia fedele compagna quando tornero in Italia. Durante il liceo, sole, pioggia, neve o vento, con uno o due zaini, é stata il mio mezzo di trasporto prediletto. La parcheggiavo sempre sotto a un alberello, e un giorno l'ho trovato a due metri dal suolo, appesa all’albero, scherzo di alcuni miei compagni di scuola. All'epoca dell'università a Bologna, ho avuto numerose biciclette, biciclette tutte “da battaglia", cioé non propiamente nuove, perché in città c’erano molti ladri di biciclette e non valeva la pena portarsi qualcosa di buono. Una volta mi hanno rubato una bicicletta e l’ho ritrovata al giorno dopo, quando stava per essere venduta a qualcun altro, ho combattuto per lei ed é tornata con me. Poi ho avuto una fantastica bicicletta da uomo, con la canna per far salire a qualche passeggero.  Così tra le mie amiche avevamo organizzato una buona “banda delle cicliste” e scorazzavamo da una parte all’altra di Bologna, di giorno e di notte, a bordo delle nostre biciclette tutte sgangherate. Ho rotto questa fantastica bicicletta una notte stavo tornando a casa con il fidanzato del momento, in due su di lei, e non la poveretta non ce l’ha fatta con il nostro peso e si é rotta in due, e il mio cuore con lei.  Un altra volta siamo andate con una amica in due su una bicicletta a delle acque termali lá vicino. 15 kilometri d’andata e 15 di ritorno, tra i colli bolognesi.  Tornando a Senigallia, nel garage di casa un  giorno é apparso un tandem, sicuramente baratto opera di mio padre con qualche collega, ma non gli ho mai dato il mio affetto, perché ho sempre pensato che la bicicletta era una questione personale, e anche se a volte avevo dei passaggeri con me, sempre era qualcosa di provvisorio.
E ora ... io cambiando di continente, ho provato un’altra volta a prendere in mano una bicicletta. Ho una bicicletta nera, l’ho usata abbastanza soprattutto per viaggi di lavoro, ma non per lunghe distanze. La paura è che una volta che diventi personale me la rubino davanti agli occhi. E le cose non stanno come a Bologna, dove sapevo perfettamente dove trovare i ladri di biciclette.
Poi è arrivata nella mia vita la Ecobici, un trasporto economico, vanitoso e  trendu. Nonostante questo, é impossibile replicare l’esperienza personale che avevo in Italia con le biciclette, perché qui ho a che fare con milioni di bici tutte uguali. L’ Ecobici è un mezzo, non un fine, e con questa filosofia, si deve  approffittare al massimo del servizio, ma sempre tenendo gli occhi attenti. Andare in bici a Città del Messico non ha paragoni con tutto quello che ho fatto nella mia vita. Lo sport di montagna, che alcuni chiamano "estreno" non è niente in confronto all’estremo di pedalare a Polanco in un giorno di traffico. A continuazione qualche consiglio di un ciclista "tradizionale" per pedalare in questa città senza inghippi:

  • Le macchine sono il diavolo, i pedoni i tuoi alleati. Le moto stanno nel limbo
  • Non dimenticare mai il casco. Nessun miracolo, ma meglio un casco rotto a una testa rotta.
  • Mettersi dei vestiti sgargianti.
  • Verificare che il campanello serva, in mancanza di questo, comprare un campanello con un suono intimidatorio.
  • Non fidatevi mai dei semafori, un doppio controllo non guasta mai
  • Non passate troppo vicini alle auto parcheggiate, le porte che si aprono sono le vostre peggiori nemiche.
  • Non salire sul marciapiede se non vuoi che i pedoni ti odiino.
  • Portati dietro un fanale per la notte.
  • Non è un peccato passare uno stop, ma solo se non arriva nessuno nei prossimi 20 metri quadrati. Invece è peccato andare contro senso.

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La primera vez que tomé una bici en el DF entendí que iba a ser una experiencia totalmente nueva, y que los años, décadas, que había pasado arriba de una bicicleta recorriendo el largo y ancho de las calles de mi pueblo, no me iban a servir de casi nada en esta ciudad.
La primera vez que agarré una bici de verdad, tenía más o menos 5 años, y andaba por la cuadra de mi casa con los pies más abajo que arriba. Luego nos mudamos en una calle cerrada, y entonces podía ir libre de hacer “mis experimentos”. Mi bici tenía una canastita de paja, que al mes ya había desaparecido por las tantas caídas. Años después mis padres me contaban que todavía se encontraban con algún resto de paja alrededor de la casa. Luego crecí y conmigo las bicis que me han acompañado. Cuando hacía la primaria, mi papá me llevaba en las mañanas con su bici a la escuela, y me sentía como una reina sentada arriba del tubo al llegar con mis compañeritos. Me acuerdo también de una mountain bike verde, pertenencia a algún primo mío, que luego llevamos a una amiga de mis padres, y que en trueque nos dio una bici de mujer de ciudad, exactamente de mi tamaño. Bici que me acompañó en todos mis trayectos de la prepa y que todavía es mi fiel compañera cuando regreso a Italia. Al tiempo de la prepa, con sol, lluvia, nieve o viento, con una o dos mochilas, la bici fue mi adorado medio de transporte. La estacionaba siempre en un arbolito, y un día hasta me la encontré a dos metros del piso, broma de alguno de mis compañeros. En los tiempos de la universidad en Bologna, tuve varias bicis, todas bicis “de batalla”, es decir viejas y sin mucha importancia, porque en la ciudad había muchos ladrones de bicicletas y no valía la pena traerme algo bueno. Una vez me robaron una bicicleta y la encontré al día después cuando estaba por ser vendida a alguien más, me peleé por ella y regresó conmigo. Luego tuve otra fantástica bicicleta de hombre, con tubo para llevar a algún pasajero. Así que ya entre mis amigas habíamos hecho la “banda de las bicicleteras” y nos movíamos de un lado a otro de Bologna, de día y de noche,  con la bici. Rompí esta bici una noche que estaba regresando a mi casa con el novio de aquel entonces, y no aguantó nuestro peso y se partió en dos, con mi corazón. También con otra de estas bicis boloñesas, me fui con una amiga a un balneario cercano, las dos en una bici, recorriendo 15 km de ida y 15 de regreso entre los cerros de la región. Regresando a Senigallia, en mi estacionamiento un día apareció una tándem, trueque de mi papá con algún conocido, pero nunca le agarré cariño, porque siempre sentí que la bici era algo muy personal, y que los pasajeros que me han tocado, eran siempre provisionales.

Y ahora… cambiando de continente, intenté otra vez con la bici. Tengo una bici negra, la he usado bastante para los trayectos del trabajo, pero no para distancias largas. El miedo es encariñarse con ella, y que luego te la roben bajo de los ojos. Y ahora no sería como en Bologna, donde sabía perfectamente donde encontrar a los ladrones de bicis.
Luego llegó en mi vida la Ecobici, un medio de transporte barato, coqueto y de moda. A pesar de eso, la experiencia personal que tenía en Italia es imposible con millones de bicis todas iguales. La Ecobici es un medio, no un fin, y con esta filosofía, hay que aprovechar al máximo del servicio, pero teniendo los ojos bien atentos. Ir en bicicleta en el DF no tiene comparaciones con ninguna cosa que he hecho en mi vida. El deporte de montaña, que algunos llaman “extremo”, no tiene nada de extremo en comparación en pedalear en Polanco en un día de tráfico.  Así que algunos consejos de una ciclista “tradicional” para pedalear a gusto en esta ciudad:

  • Los coches son el diablo, los peatones tus aliados. Las motos van en el limbo
  • Nunca olvidarse del casco. No hace milagros, peor mejor un casco roto a una cabeza rota.
  • Ponerse algo de llamativo de ropa.
  • Asegurarse que la campanita sirva, en su defecto, comprar una campañita con un sonido intimidatorio.
  • Nunca confiarse de los semáforos, una doble revisión nunca viene mal
  • No acercarse demasiado a los coches estacionados, las puertas que se abren son tus peores enemigos.
  • No subirse a la banqueta,  para que el peatón no se moleste.
  • Traerse una lamparita para la noche.
  • No es pecado pasar los altos, pero solamente si no hay nadie en los próximos 20 metros cuadrados. En cambio sí es pecado ir contra sentido.

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