In Chiapas per la seconda volta. Se la prima volta ero
venuta per una ricerca di mercadotecnia, questa volta stavo arrivando con un
super progetto dal carattere sociale, che mi ha fatto respirare aria pura un
altra volta dopo tanto tempo, tanto che mi sono sentita chiamata in causa como
antropologa, pronta a distruggere e ricostruire un’altra volta la mia visione
del mondo.
La prima tappa era Yajalón, l’avevo cercato nella mappa e mi
era sembrato sufficentemente lontano per considerarlo “esotico”, e cosí sono
partita all’avventura accompagnata da un signore anziano e da una auto ancora
piú anziana di lui. Il cammino era tutto curve a paesaggi mozzafiato, in una di
queste il signore mi chiede se avrei potuto fermarmi a vivere lá in mezzo a
quelle colline, ci penso un attimo e scarto l’idea, non perché il paesaggio non
mi sembrava all’altezza, ma perché forse io non ero all’altezza di tutto quello
che avevo davanti. La macchina scivolava a fática tra le curve, per un momento
chiudevo gli occhi, li riaprivo e vedevo bambini di non piú di 5 anni
trasportare pesanti ciocchi di legna, li riaprivo e vedevo case di fango con il
tetto di lamina. Cinque ore di viaggio, e la macchina non ha retto, all’entrata
del paesino ha esalato il suo ultimo respiro, il freno ha ceduto e siamo andati
a schiantarci in un muro vicino ad un benzinaio. La velocitá della collisione
fortunatamente non ha messo in rischio a nessuno, ma la paura é stata lo stesso
tanta.
Da lí un taxi diretta al centro del paesino. Cosí ho visto
per la prima volta Yajalón, in tzental “terra verde”, un paesino costruito in
una conca lasciata libera dalla vegetazione, la gente del posto dice que si
trata di un vulcano al rovescio, tanto che la pizza sarebbe stata costruita sul
cratere spento, e le pendici del vulcano sarebbero le colline intorno al paese.
Messa piede del paesino dovevo incontrarmi con il “reclutadore”, la persona
incaricata di incontrare le persone alle quali avremmo intervistato, al
telefono gli avevo detto tutta preoccupata che mi avrebbe riconosciuta perché
ero riccia e avevo gli occhiali, ma lui si é messo a ridere e mi ha detto che
sicuramente non avrebbe avuto problema a riconoscermi. Ed in effetti sembrava
che tutti i passanti mi stavano riconoscendo como un elemento esterno da loro.
La giornata con la signora é trascorsa tranquillamente,
anche se di sera ha iniziato a piovere e non sembrava avesse la minima
intenzione di smettere. All’ultimo avevo deciso di rimanere a dormire nel
paesino perché sennó avrei dovuto affrontare il viaggio di ritorno di notte, e
in ogni caso tornare lá la mattina dopo, ma non avevo vestiti di ricambio.
L’hotel del paesino era una costruzione di due piani al lato della farmacia.
Nel letto non me la sono sentita di togliermi i pantaloni perché le lenzuola
sembravano aver visto l’ultima lavatrice molto tempo addietro. Il mio dialogo
con il cuscito fu interrotto da schiamazzi e risa di uomini, credo fossero
lavoratori alloggiati nello stesso hotel, le pareti spesse 2 cm mi facevano
sentire tutto quello che dicevano. Non me la sono sentita di interromperli,
cosí sono uscita in cerca di tappi per le orecchie, il rimedio universale per
tutti i mali. Passata le 3 farmacie del paesino, nessuna delle 3 aveva tappi
per le orecchie, e ho dovuto ricorrere al cotonfiock, meglio di niente. Tornata
in hotel, mi sono foderata le orecchie, e sono caduta in braccio a Morfeo.
Il giorno dopo la signora con la quale stavo aveva una
riunione con altre donne, e mi ha portato prima a
visitare il museo municipale
del paesino. In una stanza di 4x5 metri c’erano riuniti tutta sorta de
“diavoli”, come direbbe mio nonno, macchine fotografiche senza lenti, macchine
da scrivere senza lettere, e una serie di fotografie in bianco e nero di aerei
antichi, e in mezzo alle foto d’epoca la foto a clori di una bambina contornata
da una cornice di cuoricini. Dal nulla appare un signore, sembrava coperto
dalla stessa patina degli oggetti che c’erano in quella stanza. Prende in mano
un bastone e mi dice che quello apparteneva agli indigeni della regione, che
era molto antico. Mi dice questo, e ci appende la sua giacca gettandolo in un
angolo. Poi mi chiama l’attenzione una vetrina piena di banconote del Messico,
e alcune banconote straniere. Come un lampo mi viene in mente che nel mio
portafoglio avevo una banconota proveniente dalla Romania che mi aveva regalato
una amica, e mi é sembrato giusto lasciare in regalo a quel signore e al suo
museo di triste reliquie anche quella banconota di un paese troppo lontano.
L’ho tirata fuori dal portafoglio e l’ho porta al signore. Lui l’ha guardata
con gli occhi brillante e mi ha ringhiazato calorosamente, dicendo che
l’avrebbe “studiata” e poi l’avrebbe messa nella vetrina.
Da li siamo andate alla riunione delle donne rappresentanti
delle colonie. Arrivata mi hanno tutte scambiata per il nuovo funcionario
pubblico che aveva indetto la riunione, e si aspettavano che avrei preso la
parola di fronte a loro. Ma lasciato da parte l’equivoco, mi sono seduta tra
loro per ascoltare i loro discorsi e per capire le loro preoccupazioni, ma
ormai avevo attirato irrimediabilmente la loro attenzione e si son messe a
chiedermi di dov’ero, se avevo figli, e le altre domande di circostanza. Saputo
che ero italiana, hanno voluto che gli insegnassi un paio di parole basiche,
come buon giorno e buon pomeriggio. Il buongiorno si é trasformato presto in
“bochorno”, che significa “calore da menopausa”, sostenendo che in una
situazione di emergenza avrebbe comunque aiutato. Mentre che buonpomeriggio fu
decretato come troppo difficile da imparare. Alcune si sono volute fare le foto
con me, con “l’italiana”, e mi hanno portato a vedere gli animali di un circo,
un cavallo con la pelliccia forta e due lama. Per un momento mi son sentita
come un animale da esibizione e che le mie sorti non erano tanto diverse da
quel povero cavallo dal capello troppo lungo.
Un paio d’ore in piú, e ho preso l’unico bus di ritorno per
Tuxtla di tutto il giorno e ho lasciato Yajalón, il suo museo, le sue signore,
le sue colline alle spalle.
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En Chiapas para la segunda vez. Si la primera vez había ido
por una investigación de mercadotecnia, esta vez estaba llegando con un súper
proyecto de carácter social, que me hizo respirar aire limpio por otra vez
después de mucho tiempo, tanto que me sentí llamada en causa como antropóloga,
lista para destruir y reconstruir mi visión del mundo otra vez más.
La primera etapa era Yajalón, lo había buscado en el mapa y
me había parecido suficientemente lejos para considerarlo “exótico”, y así me
fui a la aventura, acompañada por un señor anciano y por un coche más anciano
de él. El camino era todo curvas y paisajes que me quitaban el aliento, en una
de estas el señor me preguntó si hubiera podido quedarme a vivir allí en el
medio de aquellos cerros, lo pensé un momento y descarté la idea, no porque el
paisaje no fuera apropiado, sino porque yo no era apropia por lo que tenía en
frente. El coche se deslizaba con trabajo entre las curvas, por un momento
cerraba los ojos, los abría y veía niño de no más de 5 años que transportaban
pesados trozos de madera, los abría otra vez y veía casas de lodo y techo de
lámina. Cinco horas de viajes y el coche no aguantó, a la entrada del pueblo
exhaló su último aliento, los frenos cedieron y fuimos a chocar en contra a una
pared cerca de una gasolinera. La velocidad de la colisión no puso en riesgo a
nadie, pero el miedo de todas formas fue mucho.
De allí tomé un taxi hacia el centro del pueblo. Así vi por
la primera vez Yajalón, en tzental “tierra verde”, un pueblito construido en
una valle dejada libre por la vegetación, la gente del lugar dice que se trata
de un volcano al revés, tanto que la plaza sería construida en el lugar del
cráter, y la base del volcán serían los cerros alrededor del pueblo.
Pisado el suelo del pueblito, tenía que encontrarme con el
reclutador, la persona encargada de encontrar a las personas a las cuales
habríamos entrevistado, al teléfono le había dicho toda preocupada que me
habría reconocido porque era china y que llevaba lentes, él se puso a reír y me
dijo que seguramente no hubiera tenido problema a reconocerme. Y efectivamente
parecía que todo el pueblo no estaba teniendo problemas en reconocerme como un
elemento externo a su contexto.
El día con la señora pasó tranquilamente, aunque en la noche
empezó a llover y parecía no tener la mínima intención de parar. Al último
había decido quedarme a dormir en el pueblito, porque sino hubiera tenido que
enfrentar un viaje de regreso de noche, y en todo caso la mañana después
regresar, el único problema es que no tenía ropa de repuesto. El hotel del
pueblo era una construcción de dos pisos al lado de la farmacia. En la cama no
tuve el valor de quitarme los pantalones porque las sabanas parecían haber
visto una lavada mucho tiempo atrás. Mi dialogo con la almohada fue
interrumpido por gritos risas de algunos hombres, a lo mejor unos trabajadores
alojados en el hotel, las paredes espesas 2 cm me hacían escuchar todo lo que
decían. No quise interrumpirlos así que salí en las calles a buscar tapones
para orejas, el remedio universal para todos los males. Pasé en reseña las 3
farmacias del pueblo, pero ninguna tenía los tapones, así que tuve que recurrir
al algodón, mejor que nada. Regresada al hotel, me acolchoné las orejas, y caí
en los brazos de Morfeo.
El día después la señora con la cual estaba tenía una
reunión con otras mujeres, y me llevó antes a visitar el
museo del pueblo. En
un cuarto de 4 por 5 metros había todo tipo de “chachara”, cámaras sin lentes,
maquinas para escribir sin teclas, y una serie de fotografías en blanco y negro
de aviones antiguos, y en el medio de las fotos de época, había la foto a
colores de una niña, en un marco con corazoncitos. Desde la nada aparece un
señor, parecía cubierto de la misma patina antigua que tenían los objetos que
estaban en aquel cuarto. Toma en sus manos un bastón y me dice que eso
pertenecía a los indígenas de la región y que era un objeto muy antiguo. Me
dice eso, y le cuelga su chamarra, tirándolo en una esquina. Luego me llama la
atención una vitrina llena de billetes de México, y algunos billetes
extranjeros. Como un relámpago me viene a la mente que en mi cartera tenía un
billete que venía de la Romania que me había regalado una amiga, y me pareció
justo dejar en regalo a aquel señor y a su museo de tristes reliquias también
aquel billete de un país demasiado lejos. Lo saqué de la cartera y se lo di al
señor. Él la miró con los ojos brillantes y me agradeció calurosamente,
diciendo que la hubiera “estudiada” y que luego la hubiera puesto en la
vitrina.
De allí fuimos a la reunión con las mujeres representantes
de las varias colonias. Llegando, las mujeres pensaron que yo era el nuevo
funcionario público, el “promotor”, que había convocado la reunión, y se
esperaban que yo hubiera dado la plática. Resuelta la equivocación, me senté
entre ellas, para escuchar sus discursos y para entender sus preocupaciones,
pero era demasiado tarde, porque ya había atraído irremediablemente su
atención, y empezaron a preguntarme de donde era si tenía hijos, y otras
preguntas de formalidad. Sabido que era italiana, quisieron que le enseñara un
par de palabras básicas, como buenos días y buenas tardes. El “buongiorno” fue
simplificado en “bochorno”, y las señoras sostenían que en una situación de
emergencia un bochorno hubiera sacado de los apuros. “Buon pomeriggio” en
cambio fue decretado demasiado difícil para aprender. Algunas se quisieron
sacar foto “con la italiana”, y me llevaron a ver los animales de un circo, que
eran un caballo con el pelo largo y dos lamas. Por un momento me sentí como un
animal de exhibición y que mis destinos no eran tan diferentes de aquel pobre
caballo con el pelo demasiado largo.
Un par de horas después tomé el único bus de todo el día que
iba Tuxtla, y dejé Yajalón, su museo, sus señoras y los cerros a mis espaldas.




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