jueves, 28 de noviembre de 2013

La parodia dell'italiano, cosa é vero e cosa é falso / La parodia del italiano, que es cierto y que no

Vivere all'estero essendo italiana non é facile, soprattuto per quelle persone che sapendo che sono italiana mi dicono divertite: "ah, italiana? "Mamma mia.", facendo il classico gesto con la mano, o sciorinando il loro vocabolario fatto di parolacce con tanto di intonazione da mafioso degli anni '70, stile "Il Padrino". A volte mi molesta tanto il scimmiottamento che alcune persone fanno degli italiani che preferisco non dire la mia nazionalitá, e per il modo in cui parlo, molti mi chiedono se non sia io francese. Francese io? Percaritá :p
Dall'altro lato ho dovuto rendermi conto che alcune cose che faccio o dico sono prettamente italiane, e per quanto cerchi di mimetizzarmi non le posso cancellare.
Vedendo questa pubblicitá della Fiat, posso fare la lista precisa dei luoghi comuni e delle cose certe, almeno per quanto riguarda il mio caso:
Cose vere:
- Noi italiani parliamo con un tono di voce un pó piú alto del normale, soprattutto quando stiamo parlando con la famiglia;
- Un italiano non prenderebbe mai un caffé americano, a detta di molti "acqua per lavare i calzetti", visto che un caffé deve essere per forza un espresso;
- Parliamo facendo piú genti del dovuto, siamo molto piú espressivi con le mani.
- Pappardelle, assolutamente certo, sono deliziose
- I figli un pó mammoni, attaccati alle mamme, che non vogliono vivere piú con i loro genitori ma non se ne vanno per i problemi economici.

Cose falsa:
- Il venditore si saluta con un bacio dalla famiglia, ma in Italia non siamo molto effusivi, ne con la famiglia ne con gli amici, e un bacio mandato cosí platealmente sarebbe visto con stranezza in Italia.
- Gli italiani non sono tutti cosí seduttori come il tipo della pubblicitá che gli ha mandato una lettera d'amore alla fine alla signora;
- Si siamo tifosi in Italia, ma come ogni altro paese, ci sono persone piú o meno tifose, ma non é qualcosa che ci contraddistingue.

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Vivir al extranjero siendo italiana no es fácil, sobre todo por aquellas personas que sabido que soy italiana me dicen divertidas "¿ah, italiana? Mamma mia.', haciendo el clásico ademán con las manos, o declamando su vocabulario echo de groserías con tanto de voz de mafioso de los años '70, estilo "El Padrino". A veces me molestan tanto estas actuaciones que hacen de los italianos, que prefiero no decir mi nacionalidad, y por la manera en la cual hablo, mucho me llegaron a preguntar si yo no fuera francés. ¿Yo francés? No, dios no quiera! :p
Del otro lado he tenido que darme cuenta que algunas de las cosas que hago y que digo son específicamente italianas, y por cuanto intente mimetizarme, no las puedo borrar.
Viendo este comercial de la Fiat, puedo hacer la lista precisa de los lugares comunies y de las cosas ciertas, por lo menos por mi experiencia personal y visión.
Cosas verdaderas:
- Nosotros hablamos con un tono de voz un poco más alto de lo normal, sobre todo cuando estamos hablando con la familia;
- Un italiano no tomaría nunca un café americano, que muchos llaman "agua para lavar los calcetines", dado que un café para ser tal, debe afuerza ser un expresso;
- Hablamos haciendo más ademanes de lo normal, somos mucho más expresivos con las manos.
- Pappardelle, absolutamente cierto, son unas pastas deliciosas.
- Los hijos un poco "mamones", en el sentido de que son apegados a las mamás, y a pesar de que no quieran vivir con sus padres, no se van.
Cosas falsas:
- El vendedor se despide de la familia con un beso, pero en Italia no somos así cariñoso, ni con la familia, ni con los amigos, y un beso mandado así teatralmente sería visto como algo raro en Italia.
- Los italianos no son todos unos seductores como el tipo del comercial que al final le deja su carta de amor;
- Si somos aficionados de los equipos de footbaal, pero como en los otros países, como siempre hay alguien que es más aficionado, pero no es algo que nos distingue.



miércoles, 27 de noviembre de 2013

La tua opinione non conta / Tu opinión no cuenta

Ormai é fatta. Anche se nei foglietti che stanno distribuendo nel metro si dice che si fará una "inchiesta e che la gente deciderá il costo del biglietto del metro", la decisione é stata giá presa. E per indorare la pillola e per far credere ai pendolari che l'aumento é necessario, si fanno ritardare treni, si spengono scale mobili e altri stratagemmi per creare disagio alle persone. Con l'aumento da 3 a 5 pesos, il metro della Cittá del Messico diventerá uno dei piú cari al mondo se si considera il binomio costo del biglietto-salario minimo di legge. Infatti il salario minimo in Messico é di circa 1,869 pesos, in Italia il minimo é di 14,960 pesos, in Francia 24,225 pesos. Se il prezzo del metro aumentasse a 5 pesos, si starebbe pagando per ogni biglietto un 0.26 per cento del salario minimo, quando in Italia e in Francia, dove il costo del biglietto oscilla tra un euro e un euro e mezzo, il costo di ogni biglietto é di un 0.11 per cento di un salario minimo.
Sono daccordo che il metro ha bisogno di una rinnovazione, ma non deve essere una rinnovazione fatta sulla pelle e sulle tasche della gente, si potrebbe cercare qualche altro modo per far aumentare le entrate della societá che gestisce il sistema di trasporto sottorraneo, come per esempio tassare i venditori ambulanti, mettere piú pubblicitá nel metro, cercare finanziamenti privati. O per lo meno che sia un aumento graduale, che da 3 aumenti a 4 pesos, o che si creino sconti settimanali o mensili per i pendolari che utilizzano il metro tutti i giorni, come succede nelle cittá europee che hanno un metro.

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Ya todo está decidido. A pesar de que en los tripticos que están distrubuyendo en el metro se dice que se hará "una encuesta para que la gente decida cual será el costo del boleto del metro", la decisión ya fue tomada. Y para hacer todo esto más agradable a la población, y hacer creer a los viajeros que la subida del precio es necesaria, retrasan trenes, apagan las escaleras eléctricas y otros expedientes para crear problemas a las personas. Con la subida de 3 a 5 pesos, el metro del DF se hará uno de los más caros al mundo si se considera el binomio costo del boleto-sueldo minimo por ley. De echo el sueldo minimo en México es de aproximadamente 1,869 pesos, en Italia el minimo es de 14,960 pesos, en Francia de 24,225 pesos. Si el precio del metro subiera a 5 pesos, estaríamos pagando para cada boleto el 0.26 por ciento del sueldo minimo, cuando en Italia y en Francia, donde el costo del boleto está entre un euro y un euro y medio (17 a 25 pesos) el cuesto para cada boleto es de un 0.11 por ciento del sueldo minimo.
Estoy de acuerdo que el metro necesita una renovación, pero no tiene que ser una renovación que se haga yendo por encima de los bolsillos de la gente, se podría encontrar otras maneras para hacer subir las entradas de la sociedad que tiene el control sobre el sistema de transporte subterraneo, como por ejemplo tasar los venditores ambulantes, poner más comerciales en el metro, poner financiamentos privados. O por lo menos que sea una subida gradual, que de 3 pase a 4 pesos, o que se hagan descuentos semanales o mensuales para las personas que utilizan el metro todos los días como pasa en las ciudades europeas que tienen metro.

domingo, 17 de noviembre de 2013

Chiapas: prima tappa Yajalón / Chiapas: primera fermata Yajalón

In Chiapas per la seconda volta. Se la prima volta ero venuta per una ricerca di mercadotecnia, questa volta stavo arrivando con un super progetto dal carattere sociale, che mi ha fatto respirare aria pura un altra volta dopo tanto tempo, tanto che mi sono sentita chiamata in causa como antropologa, pronta a distruggere e ricostruire un’altra volta la mia visione del mondo.
La prima tappa era Yajalón, l’avevo cercato nella mappa e mi era sembrato sufficentemente lontano per considerarlo “esotico”, e cosí sono partita all’avventura accompagnata da un signore anziano e da una auto ancora piú anziana di lui. Il cammino era tutto curve a paesaggi mozzafiato, in una di queste il signore mi chiede se avrei potuto fermarmi a vivere lá in mezzo a quelle colline, ci penso un attimo e scarto l’idea, non perché il paesaggio non mi sembrava all’altezza, ma perché forse io non ero all’altezza di tutto quello che avevo davanti. La macchina scivolava a fática tra le curve, per un momento chiudevo gli occhi, li riaprivo e vedevo bambini di non piú di 5 anni trasportare pesanti ciocchi di legna, li riaprivo e vedevo case di fango con il tetto di lamina. Cinque ore di viaggio, e la macchina non ha retto, all’entrata del paesino ha esalato il suo ultimo respiro, il freno ha ceduto e siamo andati a schiantarci in un muro vicino ad un benzinaio. La velocitá della collisione fortunatamente non ha messo in rischio a nessuno, ma la paura é stata lo stesso tanta.
Da lí un taxi diretta al centro del paesino. Cosí ho visto per la prima volta Yajalón, in tzental “terra verde”, un paesino costruito in una conca lasciata libera dalla vegetazione, la gente del posto dice que si trata di un vulcano al rovescio, tanto che la pizza sarebbe stata costruita sul cratere spento, e le pendici del vulcano sarebbero le colline intorno al paese. Messa piede del paesino dovevo incontrarmi con il “reclutadore”, la persona incaricata di incontrare le persone alle quali avremmo intervistato, al telefono gli avevo detto tutta preoccupata che mi avrebbe riconosciuta perché ero riccia e avevo gli occhiali, ma lui si é messo a ridere e mi ha detto che sicuramente non avrebbe avuto problema a riconoscermi. Ed in effetti sembrava che tutti i passanti mi stavano riconoscendo como un elemento esterno da loro.
La giornata con la signora é trascorsa tranquillamente, anche se di sera ha iniziato a piovere e non sembrava avesse la minima intenzione di smettere. All’ultimo avevo deciso di rimanere a dormire nel paesino perché sennó avrei dovuto affrontare il viaggio di ritorno di notte, e in ogni caso tornare lá la mattina dopo, ma non avevo vestiti di ricambio. L’hotel del paesino era una costruzione di due piani al lato della farmacia. Nel letto non me la sono sentita di togliermi i pantaloni perché le lenzuola sembravano aver visto l’ultima lavatrice molto tempo addietro. Il mio dialogo con il cuscito fu interrotto da schiamazzi e risa di uomini, credo fossero lavoratori alloggiati nello stesso hotel, le pareti spesse 2 cm mi facevano sentire tutto quello che dicevano. Non me la sono sentita di interromperli, cosí sono uscita in cerca di tappi per le orecchie, il rimedio universale per tutti i mali. Passata le 3 farmacie del paesino, nessuna delle 3 aveva tappi per le orecchie, e ho dovuto ricorrere al cotonfiock, meglio di niente. Tornata in hotel, mi sono foderata le orecchie, e sono caduta in braccio a Morfeo.
Il giorno dopo la signora con la quale stavo aveva una riunione con altre donne, e mi ha portato prima a
visitare il museo municipale del paesino. In una stanza di 4x5 metri c’erano riuniti tutta sorta de “diavoli”, come direbbe mio nonno, macchine fotografiche senza lenti, macchine da scrivere senza lettere, e una serie di fotografie in bianco e nero di aerei antichi, e in mezzo alle foto d’epoca la foto a clori di una bambina contornata da una cornice di cuoricini. Dal nulla appare un signore, sembrava coperto dalla stessa patina degli oggetti che c’erano in quella stanza. Prende in mano un bastone e mi dice che quello apparteneva agli indigeni della regione, che era molto antico. Mi dice questo, e ci appende la sua giacca gettandolo in un angolo. Poi mi chiama l’attenzione una vetrina piena di banconote del Messico, e alcune banconote straniere. Come un lampo mi viene in mente che nel mio portafoglio avevo una banconota proveniente dalla Romania che mi aveva regalato una amica, e mi é sembrato giusto lasciare in regalo a quel signore e al suo museo di triste reliquie anche quella banconota di un paese troppo lontano. L’ho tirata fuori dal portafoglio e l’ho porta al signore. Lui l’ha guardata con gli occhi brillante e mi ha ringhiazato calorosamente, dicendo che l’avrebbe “studiata” e poi l’avrebbe messa nella vetrina.
Da li siamo andate alla riunione delle donne rappresentanti delle colonie. Arrivata mi hanno tutte scambiata per il nuovo funcionario pubblico che aveva indetto la riunione, e si aspettavano che avrei preso la parola di fronte a loro. Ma lasciato da parte l’equivoco, mi sono seduta tra loro per ascoltare i loro discorsi e per capire le loro preoccupazioni, ma ormai avevo attirato irrimediabilmente la loro attenzione e si son messe a chiedermi di dov’ero, se avevo figli, e le altre domande di circostanza. Saputo che ero italiana, hanno voluto che gli insegnassi un paio di parole basiche, come buon giorno e buon pomeriggio. Il buongiorno si é trasformato presto in “bochorno”, che significa “calore da menopausa”, sostenendo che in una situazione di emergenza avrebbe comunque aiutato. Mentre che buonpomeriggio fu decretato come troppo difficile da imparare. Alcune si sono volute fare le foto con me, con “l’italiana”, e mi hanno portato a vedere gli animali di un circo, un cavallo con la pelliccia forta e due lama. Per un momento mi son sentita come un animale da esibizione e che le mie sorti non erano tanto diverse da quel povero cavallo dal capello troppo lungo.
Un paio d’ore in piú, e ho preso l’unico bus di ritorno per Tuxtla di tutto il giorno e ho lasciato Yajalón, il suo museo, le sue signore, le sue colline alle spalle.

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En Chiapas para la segunda vez. Si la primera vez había ido por una investigación de mercadotecnia, esta vez estaba llegando con un súper proyecto de carácter social, que me hizo respirar aire limpio por otra vez después de mucho tiempo, tanto que me sentí llamada en causa como antropóloga, lista para destruir y reconstruir mi visión del mundo otra vez más.
La primera etapa era Yajalón, lo había buscado en el mapa y me había parecido suficientemente lejos para considerarlo “exótico”, y así me fui a la aventura, acompañada por un señor anciano y por un coche más anciano de él. El camino era todo curvas y paisajes que me quitaban el aliento, en una de estas el señor me preguntó si hubiera podido quedarme a vivir allí en el medio de aquellos cerros, lo pensé un momento y descarté la idea, no porque el paisaje no fuera apropiado, sino porque yo no era apropia por lo que tenía en frente. El coche se deslizaba con trabajo entre las curvas, por un momento cerraba los ojos, los abría y veía niño de no más de 5 años que transportaban pesados trozos de madera, los abría otra vez y veía casas de lodo y techo de lámina. Cinco horas de viajes y el coche no aguantó, a la entrada del pueblo exhaló su último aliento, los frenos cedieron y fuimos a chocar en contra a una pared cerca de una gasolinera. La velocidad de la colisión no puso en riesgo a nadie, pero el miedo de todas formas fue mucho.
De allí tomé un taxi hacia el centro del pueblo. Así vi por la primera vez Yajalón, en tzental “tierra verde”, un pueblito construido en una valle dejada libre por la vegetación, la gente del lugar dice que se trata de un volcano al revés, tanto que la plaza sería construida en el lugar del cráter, y la base del volcán serían los cerros alrededor del pueblo.
Pisado el suelo del pueblito, tenía que encontrarme con el reclutador, la persona encargada de encontrar a las personas a las cuales habríamos entrevistado, al teléfono le había dicho toda preocupada que me habría reconocido porque era china y que llevaba lentes, él se puso a reír y me dijo que seguramente no hubiera tenido problema a reconocerme. Y efectivamente parecía que todo el pueblo no estaba teniendo problemas en reconocerme como un elemento externo a su contexto.
El día con la señora pasó tranquilamente, aunque en la noche empezó a llover y parecía no tener la mínima intención de parar. Al último había decido quedarme a dormir en el pueblito, porque sino hubiera tenido que enfrentar un viaje de regreso de noche, y en todo caso la mañana después regresar, el único problema es que no tenía ropa de repuesto. El hotel del pueblo era una construcción de dos pisos al lado de la farmacia. En la cama no tuve el valor de quitarme los pantalones porque las sabanas parecían haber visto una lavada mucho tiempo atrás. Mi dialogo con la almohada fue interrumpido por gritos risas de algunos hombres, a lo mejor unos trabajadores alojados en el hotel, las paredes espesas 2 cm me hacían escuchar todo lo que decían. No quise interrumpirlos así que salí en las calles a buscar tapones para orejas, el remedio universal para todos los males. Pasé en reseña las 3 farmacias del pueblo, pero ninguna tenía los tapones, así que tuve que recurrir al algodón, mejor que nada. Regresada al hotel, me acolchoné las orejas, y caí en los brazos de Morfeo.
El día después la señora con la cual estaba tenía una reunión con otras mujeres, y me llevó antes a visitar el
museo del pueblo. En un cuarto de 4 por 5 metros había todo tipo de “chachara”, cámaras sin lentes, maquinas para escribir sin teclas, y una serie de fotografías en blanco y negro de aviones antiguos, y en el medio de las fotos de época, había la foto a colores de una niña, en un marco con corazoncitos. Desde la nada aparece un señor, parecía cubierto de la misma patina antigua que tenían los objetos que estaban en aquel cuarto. Toma en sus manos un bastón y me dice que eso pertenecía a los indígenas de la región y que era un objeto muy antiguo. Me dice eso, y le cuelga su chamarra, tirándolo en una esquina. Luego me llama la atención una vitrina llena de billetes de México, y algunos billetes extranjeros. Como un relámpago me viene a la mente que en mi cartera tenía un billete que venía de la Romania que me había regalado una amiga, y me pareció justo dejar en regalo a aquel señor y a su museo de tristes reliquias también aquel billete de un país demasiado lejos. Lo saqué de la cartera y se lo di al señor. Él la miró con los ojos brillantes y me agradeció calurosamente, diciendo que la hubiera “estudiada” y que luego la hubiera puesto en la vitrina.
De allí fuimos a la reunión con las mujeres representantes de las varias colonias. Llegando, las mujeres pensaron que yo era el nuevo funcionario público, el “promotor”, que había convocado la reunión, y se esperaban que yo hubiera dado la plática. Resuelta la equivocación, me senté entre ellas, para escuchar sus discursos y para entender sus preocupaciones, pero era demasiado tarde, porque ya había atraído irremediablemente su atención, y empezaron a preguntarme de donde era si tenía hijos, y otras preguntas de formalidad. Sabido que era italiana, quisieron que le enseñara un par de palabras básicas, como buenos días y buenas tardes. El “buongiorno” fue simplificado en “bochorno”, y las señoras sostenían que en una situación de emergencia un bochorno hubiera sacado de los apuros. “Buon pomeriggio” en cambio fue decretado demasiado difícil para aprender. Algunas se quisieron sacar foto “con la italiana”, y me llevaron a ver los animales de un circo, que eran un caballo con el pelo largo y dos lamas. Por un momento me sentí como un animal de exhibición y que mis destinos no eran tan diferentes de aquel pobre caballo con el pelo demasiado largo.

Un par de horas después tomé el único bus de todo el día que iba Tuxtla, y dejé Yajalón, su museo, sus señoras y los cerros a mis espaldas. 

jueves, 7 de noviembre de 2013

Lo shock culturale che scompare con il tempo / Lo schock cultural que desaparece con el tiempo

Dopo tre anni vivendo in Messico, devo dire di essermi integrata benissimo in questo paese, fatto salvo per il cibo, con il quale ho ancora qualche problema di incompatibilitá. L'ho capito solo un paio di settimane fa quando la coppia di couchsurfer finlandesi mi hanno chiesto qual'é stato per me il piú grande shock culturale che avevo dovuto affrontare quando ero venuta a vivere in Messico. Lí per lí non mi é venuto in mente niente, visto che ormai nel mio immaginario il Messico, o per lo meno Cittá del Messico, é un paese completamente occidentalizzato, dove lo stile di vita di una persona che lavoro é molto simile allo stile di vita di un persona europea.
Poi ho cercato nei miei ricordi le prime impressioni sul Messico, ed effettivamente ho incontrato qualcosa simile a uno "shock culturale" anche se non lo definirei tale. Non sono mai rimasta shockata da quello che vedevo, ma sicuramente curiosa di vedere qualcosa di nuovo che non era presente nella mia cultura.
Ecco una lista di quello che mi ricordo:
- Per strada c'è gente che vende cibo praticamente ovunque. Sul marciapiede, in un parco o al semaforo, ogni metro cuatrato diventa un pretesto buono per i messicani per soddisfare i loro appetiti. In Italia non c'è niente del genere, al massimo a qualche sagra o qualche camioncino ambulante in eventi particolari, ma se si mettessero gli stessi vendedori messicani a un semaforo vendendo cibi cotti gli arriverebbe l'ufficio d'igene a fargli chiudere in 5 minuti.
- L' "ahorita" del messicani é qualcosa di tremendo che ho capito solo dopo un paio di mesi che mi sentivo ripetere ahorita e mi facevano aspettare mezz'ora piantata in qualche posto. Ahorita significa letteralmente "adesso", quindi quando qualcuno ti dice che "adesso arrivo", tu ti immagini che in 5 minuti fará la sua apparizione, e invece no, ahorita é un concetto temporale vasto, che puó variare da 10 minuti a due ore. Il record é stato fatto una volta da un mio amico che dopo il fatidico ahorita mi ha fatto aspettare una ore e mezza davanti a una pasticceria.
- Il modo di raccogliere i rifiuti. Praticamente alla mattina se ti accorgi di avere la casa piena di buste dell'immondizia devi uscire in strada e fare una caccia al tesoro alla ricerca di un signore che "passeggia" con il suo bidone di alluminio raccogliendo l'immondizia dei passanti. Se sei fortunato ti puoi imbattere nel famoso camion dell'immondizia, ma quello passa solo due volte al giorno ed a orari differenti. Ogni giorno diventa quindi una giocata con la fortuna, esci con le tue buste di mondezza, e se non trovi a nessuno, te le riporti a casa.
- Per lavare il bagno i messicani lo allagano. Letteralmente tirano una bacinella d'acqua e sapone e poi iniziano un complicato lavoro di mocio e di stracci fino a farlo diventare pulito e umido.
- Il vagone femminile del metro alla mattina si trasforma in uno studio di bellezza. Ogni donna ha il suo kit personale di trucco, e tra una stazione e l'altra si accingono nel delicato lavoro di "farsi belle". Questo habitus ha raggiunto un grado tale di sofisticazione, che le donne possono truccarsi inpiedi e con il metro in movimento, e ad una velocitá incredibile. Una volta ho visto a una signora che in tre fermate del metro si era messa fondotinta, rossetto, pitturato gli occhi di due colori diversi e collocatosi delle ciglia finte. Poi le donne invece di un arriccia ciglie, preferiscono usare un cucchiaio, e cosí alle 7 della mattina vedi queste signore che tirano fuori un cucchiaio dalla borsa e pensi si mangerrano uno yogurt o qualcosa di simile, e invece no, se lo mettono negli occhi e si arricciano le ciglia. In piú, se gli chiedi il motivo dell'uso del cucchiaio, ti tirano fuori una complessa teoria su perché il cucchiaio é migliore dell'arriccia ciglia tradizionale. Insomma, una vera arte.
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Después de tres años viviendo en México, o mejor, después de dos años seguidos en este país, tengo que decir de haberme integrado muy bien, por excepción de la comida, con la cual tengo todavía algunos problemas de incompatibilidad. En ese momento no me salió nada, dado que ya en mi imaginario México, o por lo menos el DF, es un país completamente occidentalizado, donde el estilo de vida de una persona que trabaja es muy parecido al estilo de vida de su hermano europeo.
Luego intenté buscar en mis recuerdos las primeras impresiones del México, y efectivamente encontré algo parecido a uno "shock cultural", aunque no lo definiría como tal. Nunca me quedé shoqueada por lo que veía, pero seguramente curiosidad de ver algo de nuevo que no estaba presente en mi cultura.
Aquí la lista de lo que me acordé:
- Por la calle hay gente que vende comida prácticamente en cada esquina. En la banqueta, en el parque o al semáforo, cada metro cuadrado es un pretexto bueno para los mexicanos para satisfacer sus apetitos. En Italia no hay nada parecido, sólo en alguna fiesta de pueblo o algún camioncito ambulante durante eventos particulares, pero si se hubieran puesto unos vendedores de comida en algún semáforo de allá, hubieran llegado los funcionarios del ministerio de la Salud en 5 minutos.
- El ahorita de los mexicanos es algo tremendo que entendí solamente después de un par de meses que escuchaba repetirme ahorita y me hacían esperar media hora colgada en algún lugar. Cuando alguien te dice "ahorita llego", tu te imaginas que en 5 minutos hará su aparición, y en cambio no, ahorita es un concepto temporal muy vasto, que puede variar de 10 minutos a dos horas, hasta días. El récord lo hizo una vez un amigo que después del fatídico ahorita me hizo esperar una hora y medio en frente de una panadaría.
- La manera de recoger la basura. Prácticamente en la mañana si te das cuenta que tienes la casa llena de bolsas de basura, tienes que salir en la calle y "cazar" un señor que "pasea" con sus botes de basura recogiendo la basura de los pasantes. Si eres afortunado te puedes encontrar el famoso camión de la basura, pero este pasa sólo dos veces por día y en horarios diferentes. Así que cada mañana es tentar la suerte, sales con tus bolsas, y si no encuentras a nadie, las regresas.
- Para limpiar el baño los mexicanos lo alagan. Literalmente le tiran una cubeta de agua y jabón y luego empiezan un complicado trabajo de trapo y escoba hasta hacerlo salir limpio e húmedo.
- El compartimento femenil del metro en la mañana se transforma en un centro de belleza. Cada mujer tiene su kit personal de maquillaje, y entre una estación y la otra se dedican al delicado trabajo de "hacerse guapas". Este habitus alcanzó un grado tal de sofisticación, que las mujeres pueden maquillarse paradas y con el metro moviéndose terriblemente, y con una velocidad increíble. Una vez vi a una señora que en sólo tres paradas se había puesto el color para la piel, carmín, pintado los ojos con dos colores diferentes y puesto unas pestañas postizas increíblemente falsas. Una verdadera arte. Si yo intentara eso, terminaría con un lápiz en un ojo al primer movimiento del metro. Luego las mujeres en cambio de enchinarse las pestañas con un enchina-pestañas, prefieren usar una cuchara de cocina, así a las 7 de la mañana ves a estas señoras que sacar una cuchara de la borsa y tu piensas que se van a comer un yogur o algo parecido, y en cambio no, se lo ponen en los ojos y se enchinan las pestañas. Además, si le preguntas sobre el uso de la cuchara, te sacan una compleja teoria sobre las bondades de la cuchara respecto a el enchinador tradicional. En fin, una verdadera arte.


martes, 5 de noviembre de 2013

Perché Prezi é meglio / Porque Prezi es mejor

Quando uno fa una presentazione davanti a un auditorio, la cosa peggiore che puó fare é che presenti una serie di diapositive in Power Point piene di testo e poco colore. Quante volte non ci é toccato presenziare a una conferenza dove la metá del pubblico stava sul punto di addormentarsi ad ogni parola dell'oratore? Certamente il contenuto della presentazione é il punto fondamentale, ma anche la forma della presentazione fa la differenza. Soprattutto in questa epoca dove siamo bombardati da messaggi pubblicitari ingeniosi, coinvolgenti e dinamici, una presentazione in bianco e nero potrebbe mettere in crisi anche lo studente/lavoratore piú attento.
Per fortuna é arrivata una soluzione, si chiama Prezi, ed é un programma che aiuta a fare presentazioni dinamiche che giocano sullo zoom di elementi grafici. Poco tempo fa sono stata a una conferenza con diversi oratori, e tra una presentazione e l'altra c'era una differenza brutale cha dipendeva se veniva presentata in Power Point o in Prezi. Cosí sono andata a cercarmi il programma che si puó scaricare a pagamento dalla pagina, o si puó usare il programma in linea gratis, e la presentazione rimane pubblica.

Ecco qui un esempio di presentazione Prezi fatta dallo stesso prezzi.

Tutto ció fa capire come il Power Point sia diventato una strumento obsoleto, secondo me pronto a morire nei prossimi 2 anni. Ai posteri l'ardua sentenza.

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Cuando uno hace una presentación en frente de un auditorio, la cosa peor que puede hacer es presentar una serie de láminas en Power Point llenas de texto y con poco color. ¿Cuántas veces nos ha tocado presenciar a una conferencia donde la mitad del publico estaba al punto de dormirse? Seguramente el contenido de la presentación es el punto fundamental, sin embargo también la forma de la presentación hace la diferencia. Sobre todo en esta época donde estamos bombardeados por mensajes publicitarios ingeniosos, innovadores y dinámicos, una presentación en blanco y negro podría poner en crisis hasta el estudiante/trabajador más atento.
Afortunadamente llegó una solución, se llama Prezi, y es un programa que ayuda a hacer presentación dinámicas que juegas con el zoom y elementos gráficos. Hace poco fui a una conferencias con diferentes relatores, y entre una presentación y otro había una diferencia brutal que dependía si venía presentada en Power Point o en Prezi. Así fui a buscarme el programa, que se puede descargar a pagamiento desde su página, o se puede usar el programa en línea sin costo, y la presentación que se realiza se queda pública y todos los usuarios la pueden ver.

Aquí un ejemplo de presentación Prezi hecha por ellos mismos.

Todo esto hace entender como el Power Point se hizo un instrumento obsoleto, listo para desaparecer, a mi decir, en un par de años.