viernes, 20 de marzo de 2015

Coinquilini ed altre sciagure / Roomies y otras catástrofes

A conti fatti, una quarantina di coinquilini hanno fatto comparsa nella mia vita. E penso che arrivata a questo numero e alla bella etá di 27 anni, son pronta a disfarmi definitivamente di loro (sorrisa diabolica).  Forse qualche coinquilino passato leggerá queste quattro righe e mi potrá tirare dietro che anch’io infondo non sono stata una coinquilina perfetta, ma in questo momento non me ne importa niente, perché é arrivato il momento di sputar senteza. Vorrei iniziare questa lista, o forse terminarla con “il peggior coinquilino é”, ma a pensarci bene ogni tipologia é peggiore di per sé e non posso stilare una classifica al peggio. Cosí iniziamo un pó con questa lista dell’orrore scaturita da esperienze veridiche:
-          Coinquilini nemici dell’igiene, che si mettono a bagnare soltanto sotto minaccia di una visita di fidanzata/madre. Capisci che arriverá qualche visita perché d’improvviso gli sparisce la barba e i due kili di sporcizia che si portavano addosso.
-          Esiste anche il coinquilino opposto, genere femminile, quello che se non passa un’ora intera nel bagno, e fino a quando non arriva allo stato di perfezione non molla la sua posizione strategica. Questo quando il bagno é condiviso con altre persone, che normalmente sono costrette ad andare al bagno all’universitá perché il bagno della casa di mattina é peggio che una roccaforte. (Fatto successo in un appartamento dove vivevamo 5 persone con un solo bagno).
-          Coinquilini notturni che vogliono convertire al nottambulismo anche gli altri integranti della casa. Quelli che si svegliano alle 2 del pomeriggio e non riescono a uscire dal pigiama e che a stento si possono alzare dal letto che diventa un’estensione di loro. Si staccano dal letto solo a notte fonda per mettere in pratica qualche rituale rumorossisimo, como per esempio cucinare cibo in scatola, fare lavatrici o semplicemtne urlare al telefono con qualche altra persona del loro clan.
-          Coinquilini fantasmi. Li vedi solo per errore, sembra che non vadano in bagno, non usano la cucina, e se li incroci in casa non riescono neanche a dire ciao. Sono stati i coinquilini che mi hanno fatto piú paura di tutti, perché sembravano la copia esatta degli assassini in serie dei film. Una volta ho incrociato il mio coinquilino fantasma nell’ascensore e mi ha chiesto se volevo un passaggio in macchina per il lavoro, ed io “manco morta”.   
-          Coinquilini “pollicino”, quelli che lasciano le loro cose disperse per tutta casa. Qualche mese fa mi era toccato un coinquilino che lasciava sempre le sue scarpe puzzolenti all’ingresso della casa, con tanto di calzettino che usciva fuori strisciando nel pavimento.
-          Coinquilini eccessivamente socievoli, quelli che ti vogliono seguire da tutte le parti e non ti puoi portare nessuno a casa perché stanno lí come terzo incomodo tutto il tempo. Sono quei coinquilini che quando iniziano a parlare non li fermi piú.
-          Coinquilini che si prendono a prestito qualsiasi cosa che ti appartiene: computer, tablet , e vestiti, quelli che arrivano a casa vestiti come una copia sputata tua e poi ti accorgi che non solo vogliono rubarti l’identitá, ma he effettivamente ti hanno giá rubato mezzo guardaroba.
-          Coinquilini latin lover, quelli che si portano a casa tre nuove coinquiste alla settimana, o che sotto ai tuoi occhi si portano a casa la fidanzata 1 e la fidanzata 2, e tu non sai bene qual’é l’ufficiale e ti si confondono i nomi di tutte e due.
-          Coinquilini stranieri, che a ore improponibili della notte fanno chiamate internazionali (ovviamente dovute al fusorario) e si mettono a urlare per tutta casa in una lingua incomprensibile. Tra questa “specie” annovero nei miei annali chiamate in francese, inglese, russo e olandese. In questa categoria entro perfettamente :p
-          Coinquilini che ti svuotano la dispensa. Quelli che non hanno capito bene la differenza tra quello che mio e quello che tuo e solo rispondono all’impulso della fame. Puoi aver fatto spesa per una settimana, ma se passa questo tipo di coinquilino in una notte si divora tutto. Normalmente non é furbo lo sufficente per far sparire la prove e termina per essere messo in croce.
Mi son scordata qualcuno? :p

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Haciendo bien de cuentas, unos cuarenta roomies han aparecido en mi vida. Y creo que llegando a este
número y a la hermosa edad de 27 años, estoy definitivamente lista para deshacerme de ellos (sonrisa diabólica). A lo mejor algún roomie  pasado leerá estas líneas y me podrá regresar que yo tampoco fui una roomie perfecta, pero ahora mismo no me importa un comino, porque ya es hora de escupir veneno. Quisiera empezar esta lista, o tal vez terminarla con un “el peor roomie es”, pero pensándolo bien cada uno de ellos es peor de por sí, y no se puede hacer una clasifica a lo “peor”. Así que empezamos con esta lista del horror que surgió de experiencias absolutamente verdaderas:
-          Roomies enemigos del higiene, que se mete a bañar solamente bajo la amenaza de una visita de la novia o de su madre. Entenderás que alguien llegará de visita porque de repente aparece en el depa sin barba y sin los dos kilos de mugre que llevaba encima.
-          También está el roomie opuesto, generalmente de sexo femenino, el que si no pasa una hora en el baño  hasta llegar al estado de perfección absoluta no abandona su ubicación estratégica. Esto pasa también cuando se comparte el baño con otras personas, que normalmente se ven obligados a ir al baño de algún local cercano en la mañana, porque el baño de la casa está protegido peor que una fortaleza. (Hecho real que pasó en un depa donde vivíamos 5 personas con un solo baño).
-          Roomies nocturnos, que quieren convertir al “nocturnismo” a toda la casa. Son aquellos que se despiertan a las 2 de la tarde y no logran quitarse el pijama y que apenas pueden salirse de la cama que se convierte en el día en una extensión de ellos. Se separan de la cama sólo por la noche para practicar algún ruidosísimo ritual, como por ejemplo cocinar alimentos en lata, lavar la ropa o simplemente gritando al teléfono con otra persona de su típo.
-          Roomies fantasmas. Se les ve sólo por error, no parecen ir al baño, no usar la cocina, y si se les cruza en el depa no puede ni siquiera decir un “hola”. Éstos fueron los compañeros que me han hecho más miedo de todos, porque se parecían exactamente a los asesinos en serie de las películas. Una vez coincidí con el roomi fantasma de aquel entonces en el elevador y me preguntó si quería un raid para el trabajo, y yo "ni de broma".
-          Roomies “pulgarcitos”, los que dejan sus cosas tiradas por toda la casa. Hace unos meses me tocó un roomie que siempre dejaba sus zapatos malolientes en la entrada del depa, con todo y calcetines que salían arrastrándose por el piso.  
-          Roomies demasiados sociables, a los que te siguen por todos lados y no se puedes llevar a nadie a la casa porque están ahí de tercera rueda todo el tiempo. Son roomies que cuando empiezan a hablar ya estás en problemas, porque no los puedes parar ni de chiste.
-          Roomie que piden prestado todo lo que te pertenece: compu, tablets y ropa, los que llegan al depa vestidos como tu copia perfecta y luego te das cuenta de que no sólo quieren robarte tu identidad, sino que en realidad ya te robaron la mitad de tu closet.
-          Roomies latin lover, que se llevan al depa tres nuevas conquistas por semana, o que en frente de todos se llevan al depa la novia 1 y la novia 2, y tu no sabes bien cuál es la oficial y no logras no confundirte de nombres.
-          Roomies extranjeros, que a las horas más absurdas de la noche hacen llamadas internacionales (obviamente debido a la zona horaria) y empiezan a gritar por toda la casa en un lenguaje incomprensible. Entre estas "especies" cuento en mis anales llamadas en francés, Inglés, ruso y holandés. En esta categoría quepo perfectamente yo: p
-          Roomie que vacía la despensa. Los que no han entendido la diferencia entre lo que es mío y lo que tuyo y que solo responden al impulso del hambre. No importa que has hecho compras para una semana, pero si pasa este tipo de roomie puede devorar todo en una noche. Normalmente no es lo suficientemente inteligente como para deshacerse de las evidencias, y termina por aparecer en el banco de los culpables.

Me olvidé de alguien? :P

lunes, 9 de marzo de 2015

8 di marzo nostalgico / 8 de marzo nostálgico

Tornando a casa ieri sera (domenica e quindi con el unico obbiettivo nella vira di buttarmi a letto), mi sono resa conto che era l'8 di marzo, la festa della donna. Durante la giornata ero stata a contatto con un sacco di persone e nessuno, dico nessuno, aveva fatto menzione alle festa. Non perché sia una paladina della festa della donna, ma in questi quattro anni che sono in Messico é la prima volta che mi rendo conto di quanto poco importa questa festa in questo paese, e neanche la mercadotecnia si sia messa in questo succoso mercato. Ieri sera mi sono ricordata con nostalgia quando mio padre l'8 di marzo si presentava con due rametti di mimosa, e se ci andava bene anche con una torta mimosa deliziosa. Effettivamente qua in Messico non ho mai visto una pianta di mimosa, mentra a Senigallia a inizio marzo puoi incontrare piante gialle e profumate che spuntano dai giardinetti delle case. Una meraviglia. 
E cosí l'8 di marzo se ne é andato via in silenzio, e infondo mi son chiesta che necessitá avevo io che qualcuno mi facesse gli auguri per una festivitá inventata dagli uomini per ribadire la loro supremazia sulle donne? Che necessitá avevo io se ogni giorno é la mia festa e di tutte le altre donne del mondo? Che necesittá avevo io di una torta se posso comprarmi una torta senza nessun pretesto qualsiasi giorno che ne avessi voglia?
Forse semplicemente nostalgia.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Anoche regresando a la casa (domingo y eso significa que el único objetivo en mi vida era tirarme en la cama), me
di cuenta que justo era el 8 de marzo, la fiesta de la mujer. Durante el día había estado en contacto con un montón de personas y nadie, digo nadie, había hecho mención a la festividad. No porque sea una defensora de la fiesta de la mujer, pero en estos cuatros años que estoy en México es la primera vez que mi daba cuanta de que tan poco cuenta esta fiesta en este país, y ni siquiera la mercadotecnia se había metido en este prometedor mercado. Anoche me acordé con nostalgia de cuando mi papá se presentaba en la casa el 8 de marzo con dos ramitas de mimosa, y si teníamos suerte también con un pastel mimosa riquísimo. Efectivamente en México nunca vi una planta de mimosa, la flor que se regala en esta fiesta, mientras a Senigallia a inicio de marzo puedes encontrar las plantas amarillas y perfumadas que se asoman de los jardincitos de las casas. Una maravilla. 
Y así el 8 de marzo se fue silencioso, y al final me pregunté qué necesidad tenía yo que alguien me felicitara por una fiesta creada por hombre para reafirmar su superioridad respecto a las mujeres? Qué necesidad tenía yo si todos los días es mi fiesta y de todas las otras mujeres? Qué necesidad tenía yo de un pastel, si podía comprarme un pastel cualquier día que se me antojara sin ningún pretexto?
A lo mejor simplemente fue nostalgia.


jueves, 29 de enero de 2015

Le mie biciclette ed io / Mis bicis y yo

La prima volta che ho preso una bicicletta nel DF ho capito che sarebbe stata un'esperienza totalmente nuova, e che anni, decenni passati a bodo di una bicicletta spedalando per lungo e largo nelle strade della mia cittá, non mi sarebbero serviti a niente in questa metropoli.
La prima volta che sono salita a borda di una bicicletta vera avevo piú o meno  5 anni, e andavo come una matta sotto ai portici davanti a casa mia, con i piedi piú per terra che nei pedali.  Poi ci siamo trasferiti in una strada chiusa, e quindi potevo andare a mio piacimento “sperimentando”. La mia bicicletta aveva un cestino di paglia, e in un mese era giá scomparso da li per tante cadute.  Anni dopo i miei genitori mi dicevano che ancora trovavano pezzi di paglia intorno alla casa e si ricordavano del mio cestino. Por sono cresciuta e le biciclette sono cresciute con me.  Quando facevo le elementari, mio padre mi accompagnava tutte le mattine a scuola con la sua bicicletta, ed io mi sentivo una principessa arrivando a bordo della canna davanti ai miei amichetti.  Mi ricordo di una mountain bike verde,  credo fosse di qualche cugino, che abbiamo dato a un amico dei miei genitori, che in cambio ci ha dato una bici da donna da cittá esattamente la mia taglia. Questa bici barattata mi ha accompagnato in tutti i miei viaggi delle superiori ed è ancora la mia fedele compagna quando tornero in Italia. Durante il liceo, sole, pioggia, neve o vento, con uno o due zaini, é stata il mio mezzo di trasporto prediletto. La parcheggiavo sempre sotto a un alberello, e un giorno l'ho trovato a due metri dal suolo, appesa all’albero, scherzo di alcuni miei compagni di scuola. All'epoca dell'università a Bologna, ho avuto numerose biciclette, biciclette tutte “da battaglia", cioé non propiamente nuove, perché in città c’erano molti ladri di biciclette e non valeva la pena portarsi qualcosa di buono. Una volta mi hanno rubato una bicicletta e l’ho ritrovata al giorno dopo, quando stava per essere venduta a qualcun altro, ho combattuto per lei ed é tornata con me. Poi ho avuto una fantastica bicicletta da uomo, con la canna per far salire a qualche passeggero.  Così tra le mie amiche avevamo organizzato una buona “banda delle cicliste” e scorazzavamo da una parte all’altra di Bologna, di giorno e di notte, a bordo delle nostre biciclette tutte sgangherate. Ho rotto questa fantastica bicicletta una notte stavo tornando a casa con il fidanzato del momento, in due su di lei, e non la poveretta non ce l’ha fatta con il nostro peso e si é rotta in due, e il mio cuore con lei.  Un altra volta siamo andate con una amica in due su una bicicletta a delle acque termali lá vicino. 15 kilometri d’andata e 15 di ritorno, tra i colli bolognesi.  Tornando a Senigallia, nel garage di casa un  giorno é apparso un tandem, sicuramente baratto opera di mio padre con qualche collega, ma non gli ho mai dato il mio affetto, perché ho sempre pensato che la bicicletta era una questione personale, e anche se a volte avevo dei passaggeri con me, sempre era qualcosa di provvisorio.
E ora ... io cambiando di continente, ho provato un’altra volta a prendere in mano una bicicletta. Ho una bicicletta nera, l’ho usata abbastanza soprattutto per viaggi di lavoro, ma non per lunghe distanze. La paura è che una volta che diventi personale me la rubino davanti agli occhi. E le cose non stanno come a Bologna, dove sapevo perfettamente dove trovare i ladri di biciclette.
Poi è arrivata nella mia vita la Ecobici, un trasporto economico, vanitoso e  trendu. Nonostante questo, é impossibile replicare l’esperienza personale che avevo in Italia con le biciclette, perché qui ho a che fare con milioni di bici tutte uguali. L’ Ecobici è un mezzo, non un fine, e con questa filosofia, si deve  approffittare al massimo del servizio, ma sempre tenendo gli occhi attenti. Andare in bici a Città del Messico non ha paragoni con tutto quello che ho fatto nella mia vita. Lo sport di montagna, che alcuni chiamano "estreno" non è niente in confronto all’estremo di pedalare a Polanco in un giorno di traffico. A continuazione qualche consiglio di un ciclista "tradizionale" per pedalare in questa città senza inghippi:

  • Le macchine sono il diavolo, i pedoni i tuoi alleati. Le moto stanno nel limbo
  • Non dimenticare mai il casco. Nessun miracolo, ma meglio un casco rotto a una testa rotta.
  • Mettersi dei vestiti sgargianti.
  • Verificare che il campanello serva, in mancanza di questo, comprare un campanello con un suono intimidatorio.
  • Non fidatevi mai dei semafori, un doppio controllo non guasta mai
  • Non passate troppo vicini alle auto parcheggiate, le porte che si aprono sono le vostre peggiori nemiche.
  • Non salire sul marciapiede se non vuoi che i pedoni ti odiino.
  • Portati dietro un fanale per la notte.
  • Non è un peccato passare uno stop, ma solo se non arriva nessuno nei prossimi 20 metri quadrati. Invece è peccato andare contro senso.

_______________________________________________________________________________________

La primera vez que tomé una bici en el DF entendí que iba a ser una experiencia totalmente nueva, y que los años, décadas, que había pasado arriba de una bicicleta recorriendo el largo y ancho de las calles de mi pueblo, no me iban a servir de casi nada en esta ciudad.
La primera vez que agarré una bici de verdad, tenía más o menos 5 años, y andaba por la cuadra de mi casa con los pies más abajo que arriba. Luego nos mudamos en una calle cerrada, y entonces podía ir libre de hacer “mis experimentos”. Mi bici tenía una canastita de paja, que al mes ya había desaparecido por las tantas caídas. Años después mis padres me contaban que todavía se encontraban con algún resto de paja alrededor de la casa. Luego crecí y conmigo las bicis que me han acompañado. Cuando hacía la primaria, mi papá me llevaba en las mañanas con su bici a la escuela, y me sentía como una reina sentada arriba del tubo al llegar con mis compañeritos. Me acuerdo también de una mountain bike verde, pertenencia a algún primo mío, que luego llevamos a una amiga de mis padres, y que en trueque nos dio una bici de mujer de ciudad, exactamente de mi tamaño. Bici que me acompañó en todos mis trayectos de la prepa y que todavía es mi fiel compañera cuando regreso a Italia. Al tiempo de la prepa, con sol, lluvia, nieve o viento, con una o dos mochilas, la bici fue mi adorado medio de transporte. La estacionaba siempre en un arbolito, y un día hasta me la encontré a dos metros del piso, broma de alguno de mis compañeros. En los tiempos de la universidad en Bologna, tuve varias bicis, todas bicis “de batalla”, es decir viejas y sin mucha importancia, porque en la ciudad había muchos ladrones de bicicletas y no valía la pena traerme algo bueno. Una vez me robaron una bicicleta y la encontré al día después cuando estaba por ser vendida a alguien más, me peleé por ella y regresó conmigo. Luego tuve otra fantástica bicicleta de hombre, con tubo para llevar a algún pasajero. Así que ya entre mis amigas habíamos hecho la “banda de las bicicleteras” y nos movíamos de un lado a otro de Bologna, de día y de noche,  con la bici. Rompí esta bici una noche que estaba regresando a mi casa con el novio de aquel entonces, y no aguantó nuestro peso y se partió en dos, con mi corazón. También con otra de estas bicis boloñesas, me fui con una amiga a un balneario cercano, las dos en una bici, recorriendo 15 km de ida y 15 de regreso entre los cerros de la región. Regresando a Senigallia, en mi estacionamiento un día apareció una tándem, trueque de mi papá con algún conocido, pero nunca le agarré cariño, porque siempre sentí que la bici era algo muy personal, y que los pasajeros que me han tocado, eran siempre provisionales.

Y ahora… cambiando de continente, intenté otra vez con la bici. Tengo una bici negra, la he usado bastante para los trayectos del trabajo, pero no para distancias largas. El miedo es encariñarse con ella, y que luego te la roben bajo de los ojos. Y ahora no sería como en Bologna, donde sabía perfectamente donde encontrar a los ladrones de bicis.
Luego llegó en mi vida la Ecobici, un medio de transporte barato, coqueto y de moda. A pesar de eso, la experiencia personal que tenía en Italia es imposible con millones de bicis todas iguales. La Ecobici es un medio, no un fin, y con esta filosofía, hay que aprovechar al máximo del servicio, pero teniendo los ojos bien atentos. Ir en bicicleta en el DF no tiene comparaciones con ninguna cosa que he hecho en mi vida. El deporte de montaña, que algunos llaman “extremo”, no tiene nada de extremo en comparación en pedalear en Polanco en un día de tráfico.  Así que algunos consejos de una ciclista “tradicional” para pedalear a gusto en esta ciudad:

  • Los coches son el diablo, los peatones tus aliados. Las motos van en el limbo
  • Nunca olvidarse del casco. No hace milagros, peor mejor un casco roto a una cabeza rota.
  • Ponerse algo de llamativo de ropa.
  • Asegurarse que la campanita sirva, en su defecto, comprar una campañita con un sonido intimidatorio.
  • Nunca confiarse de los semáforos, una doble revisión nunca viene mal
  • No acercarse demasiado a los coches estacionados, las puertas que se abren son tus peores enemigos.
  • No subirse a la banqueta,  para que el peatón no se moleste.
  • Traerse una lamparita para la noche.
  • No es pecado pasar los altos, pero solamente si no hay nadie en los próximos 20 metros cuadrados. En cambio sí es pecado ir contra sentido.

lunes, 26 de enero de 2015

Il paese delle badanti / El país de las “badanti”

Tutte le volte che torno a casa dopo un anno di assenza, arrivo e mi trovo davanti un riassunto delle puntate precedenti, cioé di quello che é successo nell’anno che mi son persa. Una macchina nuova dei miei genitori, un paio di capelli bianchi in piú, qualche cugina che sforna nipotini e via dicendo. Quest’anno con mia sorpresa, arrivata in casa dei miei nonni, ho dovuto registrare la presenza di un nuovo componente della famiglia, la badante.  Come buona antropologa mi sono sempre interessata ai cambiamenti sociali, e alle nuove migrazione, ma non mi era mai capitato di avere un incontro ravvicinato di questo tipo, e sotto allo stesso tetto per giunta! Ovviamente dopo la sopresa iniziale mi sono sentita un pó sciocca, pensando che altre amiche avevano una badante in casa da piú di tre anni, e che io con il mio stupore ero solo una novella.
Cosí ho cercato di capirci un pó di piú sulla questione “badanti”. Prima di tutto ho cercato di darle una forma: donna, biondissima, con gli occhi di ghiaccio, su una quarantina d’anni, con un accento fortemente tedesco (perché ovviamente non abbiamo interiorizzato gli accenti di Polonia, Estonia, o Russia). La “mia badante” risponde in pieno a questo stereotipo. Poi ho cercato un pó di informazioni tra parenti e amici, e piú andavo in giro e piú mi uscivano fuori storie interessanti sulle badanti di Senigallia. Mio padre racconta che in primavera il nuovo giardinetto in cima al corso si riempe di badanti, che lasciati i loro anziani in balía di se stessi, e godono del sole primaverito con la libera uscita della giornata. Ovviamente ci sono storie un pó piu turbolente su badanti che si sono rubate mariti, o che dopo una seduzione, si sono fregate tutto, comprese bottiglie d’olio e pacchi di detergente. In generale ho scoperto che le badanti sono ghiotte del nostro olio, e che nel momento della rottura l’olio é il souvenir privilegiato per portare in patria. Con le badanti non vale il detto che se trovi una badante trovi un tesoro, perché in realtá se trovi una badante trovi molti tesori, visto che dietro a una, si nascondono altre cento dietro di lei, con una solidarietá nel passarsi contatti di lavoro
senza precedenti. Normalmente stanno nello stesso posto un paio d’anni, e poi si spostano a dove il lavoro le chiama. La “mia badante” conosce piú posti d’Italia che io, comprese isole. Hanno famigliari sparsi per tutta Europa, e nella loro gioventú hanno svolto dei lavori improbabili ... la “mia badante” era coinvolta in un commercio tra Turchia, Albania e Russia che non si é capito di cos’era. Normalmente sono persone che parlano al meno tre lingue, nel “mio caso” polacco, russo, italiano e tedesco, e che non si tirano indietro nel fare un viaggio di due giorni in un camioncino tutto sgangherato per tornare a casa loro.
In generale sono abbastanza riservate, anche se quella che é toccata a noi sembra piú che altro la versione polacca di mia zia, e potrebbe fare un interrogatorio a un muro se fosse necessario.
Quello che é certo é che non é un lavoro che invidio, non é male stare dietro a persone anziane, quello che non é bello é avere a che fare con la morte, e cambiar vita radicalmente ogni tot di anni perché qualcuno ha tirato le cuoia.

_____________________________________________________________________________________


Cada vez que vuelvo a casa después de un año de ausencia, llegando me encuentro con una especie
de resumen de los capítulos anteriores, de lo que ha pasado en el año que me he perdido. Un nuevo coche de mis padres, un par de cabellos blancos más, alguna prima que saca algún nieto y así. Este año, para mi sorpresa, llegando a casa de mis abuelos, tuve que registrar la presencia de un nuevo miembro de la familia, la “badante” (cuidadora de ancianos en español). Como buena antropóloga, siempre me interesaron los cambios sociales y las nuevas migraciones, pero nunca había tenido un encuentro tan cercano con éste, y además bajo el mismo techo! Obviamente, después de la sorpresa inicial, me sentí un poco tonta, pensando que otras amigas tenían una badante en casa desde más de tres años, y que yo con mi estupor era sólo una ingenua.
Así que traté de entender un poco más sobre la cuestión "badanti". En primer lugar traté de darle una forma: mujer, rubia, con ojos de hielo, de unos cuarenta años, con un fuerte acento alemán (porque obviamente en Italia no tenemos interiorizado los acentos de Polonia, Estonia o Rusia). "Mi badante" contesta plenamente a este estereotipo. Luego recolecté un poco de información de familiares y amigos, y más buscaba alrededor y más salían historias interesantes sobre los cuidadores de Senigallia. Mi padre me contó que en primavera, el jardincito en la parte superior de la avenida principal de la ciudad se llenaba de badanti, que al mediodía dejaban a sus ancianitos a sí mismos, e iban a disfrutar del sol primaveral con su hora de salida diaria. Obviamente me encontré también con historias un poco más turbulentas, con badanti que han robado maridos, o que después de una seducción, se han fugado con todo, incluyendo botellas de aceite y garrafones de detergente. En general, descubrí que las badanti son ávidas de nuestro aceite, y en el momento de romper una relación el aceite es el souvenir favorito para llevar en patria. Con le badanti no vale el dicho de que si encuentras una badante encuentras un tesoro (el dicho original en italiano dice que quien encuentra a un amigo encuentra a un tesoro), porque en realidad si encuentras a una badante puedes encontrar muchos tesoros, porque detrás de una se ocultan otra por ciento más, con una solidaridad de pasar contactos de trabajo que no se encuentra en ninguna otra parte. Normalmente se quedan en el mismo lugar para un par de años, y luego se mudan a donde el trabajo las llame. "Mi badante" conoce más lugares de Italia que yo, incluyendo las islas. Tienen familias repartidas por toda Europa, y en su juventud han hecho trabajos raros ... "mi badante" estuvo involucrada en un comercio entre Turquía, Albania y Rusia, de algo que no se entendió muy bien. Normalmente son personas que hablan al
menos tres idiomas, en “mi caso” el polaco, ruso, italiano y alemán, y que no se hechas para atrás cuando se trata de viajar dos días en una camioneta toda vieja con todo de regresar a su casa.
En general son bastante reservadas, aunque la que nos tocó parece más que nada la versión polaca de mi tía, y podría hacer un interrogatorio a una pared si fuera necesario.

Lo que es seguro es que no es un trabajo que envidio, no hay nada de malo en cuidar a un anciano, lo que no es bueno es tener que lidiar con la muerte a cada rato, y para cambiar vida radicalmente cada pocos años porque alguien ha estirado la pata.

miércoles, 7 de enero de 2015

Riattaccando insieme i pezzi del puzzle / Rearmando las piezas del rompecabeza

Sei mesi senza scrivere. Mi vergogno un pó per essere onesta. Piú volte iniziavo a scrivere qualcosa per poi cancelarlo subito dopo. Troppe cose son successe, en nel tram tram di tutti i giorni ho sacrificato la scrittura, l’ho abbandonata nel cassetto, o meglio, in qualche cartella nascosta del mio portatile.
Nel frattempo sono successe molte cose. Sono stata in Argentina, ho conosciuto finalmente il paese di Evita Duarte, quella Evita che era il mio ídolo da piccola. Ho passeggiato per le strade di Buenos Aires sentendo un accento che mi sembrava piuttosto meridionale (niente di strano pensando alla fortissima migrazione di italiani a inizio novecento, soprattutto proveniente dal sud d’Italia). Ho visto la casa de Borges trasformata in un salone di belleza e ho pensato che lo stesso Borges l’avrebbe trovato ridicolo, divertente e grottesco allo stesso tempo. Ho camminato in un paese dove il mio aspetto fisico non destava troppa curiositá, ma appena aprivo la bocca per parlare tutti si giravano a guardarmi, riconoscendo un accento messicano in una parvenza piuttosto argentinesca.
Sono stata in Colombia altre due volte, la prima volta dovendo fare i conti con un mio connazionale, che mi ha fatto ricordare il perché quando sono all’estero cerco di evitare contatti con gente italiana. La seconda volta avendo un pó di tempo per conoscere un pó della Colombia vera (fuori dall’hotel dove ero stata rifugiata). Ho trovato un hostel a due soldi, ma suficientemente vicino alla zona dei bar e della vita notturna, sono stata compagna di camerata di cinque uomini, ed era davvero molto che non provavo l’ebrezza di una camerata con gente sconosciuta. Ho visto la laguna Guatavita, dove gli spagnoli credevano di aver trovato la loro El Dorado. Ho visto il Centro Culturale García Marquez, e anche se era solo una scritta in un cortile, ha davvero avuto un effetto fortissimo in me, emozionandomi come una stupida.
Ho rotto il mio cuore un paio di volte e l’ho riattaccato insieme un altro paio di volte. Ho traslocato in
una casa con un disordine incredibile, che poteva essere all’altezza del disordine che sentivo dentro. Ho vissuto per la prima volta con un animale, un gatto indiferente e piagniucoloso. Ma ho anche apprezzato il fatto che quando tornavo a casa c’era sempre qualcuno che mi accogliesse, anche fosse con un miagolio. Ho pitturato le pareti della mia camera del colore che mi urlava detro, e mi sono sentita in pace con me stessa. Ho pianto, sono stata incosolabilmente triste, guardando il vuoto che avevo davanti, ho riso come una matta, sono tornata felice e poi di nuovo triste. É difficile rimettere insieme i pezzi di qualcosa se non si sa che forma ha.
Ho riscoperto la lettura, a quello che era per me stare sola con un libro tra le mani e lasciarsi trasportare in un altro posto, provare le emozioni di qualcun’altro e scordarsi delle propie.
Poi sono tornata dove sempre, dalla mia familia e dalle mie amiche, da quelle persone che pur essendo lontane sono e saranno sempre parte della mia vita. Sono tornata dai miei luoghi, dai tramonti della mia cittá, dalla nebbia e dal mio mare, bellissimo mare.
Per concludere l’anno, e aprire quello nuovo in bellezza sono alle prese con un altro trasloco, che é parte di quel puzzle che sto componendo poco a poco.
Buon anno a tutti, Giulia é tornata :)

_______________________________________________________________________________________

Seis meses sin escribir. De ser honesta me da bastante vergüenza. Varias veces empecé a escribir algo, para luego borrarlo enseguida. Hubo demasiadas cosas que han sucedido, y en la frenesís de mis días he tenido que sacrificar algo, la escritura, la abandoné en un cajón, o mejor, en alguna carpeta oculta en mi pc.
Mientras tanto, han pasado muchas cosas. Estuve en Argentina, conocí finalmente el país de Evita Duarte, la Evita que era mi ídolo cuando era niña. Caminé por las calles de Buenos Aires escuchando un acento que me parecía inconfundiblemente del Sur de Italia (nada extraño pensando a la fuerte migración de italianos a principios del siglo XX, sobre todo desde el sur de Italia). Vi la casa de Borges se convirtió en un salón de belleza y pensé que el mismo Borges encontraría el hecho ridículo, divertido y grotesco al mismo tiempo. Entré en un país donde mi apariencia física no despertó demasiada curiosidad, pero tan pronto como abría la boca para hablar todo mundo se volteaba para mirarme, reconociendo un acento mexicano en un apariencia bastante argentina.
Estuve en Colombia en dos ocasiones, la primera vez tuve que lidiar con un connacional mío, que me hizo recordar por qué cuando estoy en el extranjero intento evitar el contacto personas de mi país. La segunda vez tuve un poco más de tiempo para conocer un poco la verdadera Colombia (fuera del hotel donde había estado refugiada). Encontré un hostal por dos pesos, pero suficientemente cerca de la zona de bares y de la vida nocturna, fui compañera de camarada de cinco hombres, y era muchísimo que no sentía la aventura de un dormitorio lleno de desconocidos. Vi la laguna de Guatavita, donde los españoles creyeron haber encontrado su El Dorado. Vi el Centro Cultural García Marquez, y aunque era sólo uno escrita en un patio, tuvo realmente un fuerte efecto en mí, me emocioné estúpidamente como nunca.
Me rompí el corazón un par de veces y lo recompuse un par de veces más. Me mudé a una casa con que tenía un desorden increíble, que podría estar a la altura del desorden que sentía por dentro. Viví por primera vez con un animal, un gato, indiferente y llorón. Pero también me gustó el hecho de que cuando llegaba a casa, siempre había alguien que me daba la bienvenida, aunque sea con un “miau”.
Pinté las paredes de mi habitación del color que me gritaba dentro, y me sentí en paz conmigo mismo. Lloré, estaba inconsolablemente triste, mirando el vacío que había en frente, me reí como una loca, me volví feliz y otra vez me volví triste. Es difícil recomponer algo, menos si no se sabe qué forma tiene.
Redescubrí la lectura, en lo que fue para mí estar a solas con un libro en mis manos, que me llevara a otro lugar, que probara las emociones de otras personas y que me olvidara las mías.
Luego regresé donde siempre, con mi familia y con mis amigas, esas personas que a pesar de estar lejos son y serán siempre parte de mi vida. Volví a mis lugares, a los atardeceres de mi ciudad, a la niebla y a mi mar, mi hermoso mar.
Para finalizar el año, y abrir el nuevo en belleza estoy lidiando con otra mudanza, que es parte del rompecabezas que estoy componiendo poco a poco.

Feliz Año Nuevo a todos, Giulia ha vuelto :)

martes, 15 de julio de 2014

Paese che vai, pizza che trovi / País que vas, pizza que te encuentras

La cucina italiana sembra essere una delle piú famose al mondo. Ovunque nel mondo la si puó incontrare in una delle sue mille versioni, e con lei il suo simbolo per eccellenza: la pizza. Credo che in tutti i paesi in cui sono andata ho provato almeno una volta la pizza del luogo. Ricordo che quando vivevo a Londra mangiavo pizza tutti i giorni nel ristorante dove lavoravo, ricordo con nostalgia una pizza buonissima fatta da una donna aymara nella Isola del Sole in Bolivia, e con ancor piú nostalgia ricordo la pizza della mia cittá.
La pizza messicana é una variante particolarmente fantasiosa e calorica dell'originale. Prima di tutti alcune persone pronunciano male la parola, e dalla loro immaginazione é nato un prodotto culinario alquanto singolare: la "pixa". Poi per i messicani una pizza non vale niente se non viene condita almento un paio di salse, una barbaritá per i palati connazionali. Seguendo con la lista, qui in Messico si sono create molte varianti della ricetta con degli esotici prodotti locali, come "nopales", "chilaquiles", "carnitas", e chi piú ne ha piú ne metta. La pizza tende ad essere spessa, con 4 kili di formaggio, e altrettanti kili di condimento. Non ho mai visto un messicano mangiarsi una pizza intera, mentre que in Italia (con le pizze che abbiamo) se non mangi una pizza intera non sei nessuno.
Tutto questo sfogo nazionalista viene da un "incidente" che mi é passato lo scorso finesettimana. Entrati in un bar per vederci la finale dei mondiali, abbiamo ordinato distrattamente una "Margherita", quello che ordino normalmente in Messico, visto che é la preparazione piú semplice e meno pasticciata. Quando é arrivata la pizza al tavolo ci siamo trovati di fronte a una pizza con peperoni, cipolla, funghi, prosciutto e mozzarella. L'abbiamo guardata un attimo e poi abbiamo protestato con il cameriere che quella non era la nostra pizza, perché avevamo ordinato una Margherita. Il cameriere, senza perdere un colpo, ci ha risposto amabilmente che propio quella era la nostra pizza, e ci ha insegnato il menú dove sotto alla scritta della pizza incriminata c'erano scritti tutti gli ingrediente sopra menzionati. Non abbiamo saputo como protestare di piú, l'argomentazione del cameriere era irrefutabile, cosí che alla fine ci siamo mangiati la nostra "Margherita".

Paese che vai, pizza che trovi

____________________________________________________________________________________

La cocina italiana parece ser una de las más famosas en el mundo. En donde estes en el mundo la puedes encontrar en una de sus miles versiones, y con esta su símbolo por excelencia:
la pizza. Creo que en todos los países en los cuales he viajado probé por lo menos una vez una pizza autóctona. Recuerdo que cuando vivía en Londres me comía pizza todos los días en el restaurante donde trabajaba, recuerdo con nostalgia una deliciosa pizza hecha por una mujer aymara en la Isla del Sol en Bolivia, y con aún más nostálgico recuerdo la pizza de mi ciudad.
La pizza mexicana es una variante particularmente imaginativa y calórica de la original. En primer lugar algunas personas pronuncian mal la palabra, y por su imaginación nace un producto culinario bastante particular: la "Pixa". Luego, una pizza mexicana no vale nada si no se sazona al menos con un par de salsas, una barbaridad para los compatriotas. Para seguir con la lista, aquí en México han creado muchas variaciones de la receta original con productos locales exóticos, como "nopales", "chilaquiles", "carnitas", y quien más quiere más le añade. La pizza tiende a ser gruesa, con 4 kilos de queso, y otros tantos kilos de condimento. Nunca he visto a un mexicano comer una pizza entera, mientras que en Italia (con las pizzas que tenemos) si no comes una pizza entera no eres nadie.
Todo esto desahogo nacionalista viene de un "accidente" culinario es que me pasó el fin de semana pasado. Entramos en un bar para ver la final del Mundial, pedimos distraídamente al mesero una pizza "Marguerita", la que normalmente pido aquí en México, ya que la preparación es más simple y lleva menos cosas. Cuando la pizza llegó a la mesa, nos encontramos delante de una pizza con pimientos, cebolla, champiñones, jamón y mozzarella. La miramos por un momento y luego nos quejamos a gran voz con el mesero diciéndole que esa no era nuestra pizza porque nosotros habíamos pedido una Marguerita. El mesero, sin perder el control, contestó amablemente que esa era nada más nada menos que nuestra pizza, y nos enseñó el menú donde abajo de la pizza incriminada venían todos los ingredientes antes mencionados. Ya no sabíamos qué más decir, finalmente el punto del mesero estaba muy fuerte, así que terminamos comiendo nuestra pizza "Marguerita".

País que vas, pizza que te encuentras

lunes, 30 de junio de 2014

Una bambina di nome Giulia / Una niña de nombre Giulia

A Cittá del Messico non ho molte occasioni per sentirmi esotica, ma non appena metto piede in qualche remoto paesino o qualche comunitá, improvvisamente divento l'attrazione numero uno. Aspetto diverso, accento diverso e modi di fare decisamente troppo cittadini, mi fanno venire allo scoperto abbastanza velocemente con la gente del posto, che sembra avere una capacitá sorprendente per individuare lo "straniero", visto nella maggior parte dei casi come una persona con potere, denaro e status. Ovviamente é una causa persa spiegare alle persone che non si possiede nessuna di queste tre cose.
Lo scorso finesettimana sono stata messa allo scoperto da un tassista di autobus in una remota localitá di Guerrero mentre stavamo andando ad una pratica di barranchismo. A nulla é valso il mio travestimento da barranchista e il mescolarmi con altre 16 persone... il tassista mi ha riconosciuto perfettamente come "straniera", e mi ha raccontato che ad ottobre diventerá padre per la terza volta e sembra proprio che sará una bambina. Ha voluto che gli ripetessi piú volte il mio nome e che glielo scrivessi, perché gli piaceva per la sua futura creatura. Ovviamente non mi sono tirata indietro, anche se stavo giá pensando a tutti gli inconvenienti che dovrá passare quella povera bambina nella sua vita, in un paese in cui la G non si pronuncia como G, e dove nessuno sa prounciare e scrivere correttamente il tuo nome. Ma dall'altro lato avevo danti i miei occhi tutta l'illusione di un padre, che voleva dare a sua figlia un nome straniero con la speranza che con quel nome potesse avere piú opportunitá di raggiungere un giorno il potere, denaro e status associato a quello.
Non me la sono sentita di infrangere i suoi sogni, e sembra proprio che in quel remoto paese di Guerrero nascerá una bambina di nome Giulia.

_______________________________________________________________________________________

En el DF no tengo muchas oportunidades para sentirme exótica, pero tan pronto como salgo de la ciudad y me aventuro en algún pueblo remoto o en alguna comunidad, me convierto de inmediato en la
atracción número uno. Aspecto diferente, diferente acento y actitudes demasiado urbanas, hacen que los lugareños me descubran bastante rápido, estas personas parecen tener una capacidad asombrosa para encontrar al "extranjero", visto en la mayoría de los casos como un individuo con poder, dinero y  estatus. Obviamente es una causa perdida explicar a la gente que no se posee ninguna de estas tres cosas. 
El fin de semana pasado fui descubierta fácilmente por un conductor de autobús en un lugar remoto de Guerrero, cuando íbamos a una práctica de cañonismo. De nada valió mi disfraz de cañonista y el mezclarme con otras 16 personas ... el conductor me reconoció perfectamente como "extranjera", y me contó que en octubre iba a ser papá por la tercera vez y al parecer iba a tener una niña. El señor quiso que le repitiera varias veces mi nombre y se lo escribiera, porque le gustaba para su futura criatura. Obviamente no me eché para atrás, a pesar de que ya estaba pensando en todos los problemas que la pobre niña iba a tener durante su vida, en un país donde la G no se pronuncia como G, y donde nadie sabrá pronunciar y escribir su nombre correctamente. Pero por otro lado estaba viendo toda la ilusión de un padre que quería dar a su hija un nombre extranjero con la esperanza que con aquel nombre tuviera más oportunidades de alcanzar un día el poder, el dinero y el estatus asociado con aquel. 
No tuve corazón para romper sus sueños, y al parecer en ese remoto pueblo de Guerrero va a nacer pronto una niña de nombre Giulia.