La prima volta
che ho preso una bicicletta nel DF ho capito che sarebbe stata un'esperienza
totalmente nuova, e che anni, decenni passati a bodo di una bicicletta
spedalando per lungo e largo nelle strade della mia cittá, non mi sarebbero
serviti a niente in questa metropoli.
La prima volta
che sono salita a borda di una bicicletta vera avevo piú o meno 5 anni, e andavo come una matta sotto ai
portici davanti a casa mia, con i piedi piú per terra che nei pedali. Poi ci siamo trasferiti in una strada chiusa,
e quindi potevo andare a mio piacimento “sperimentando”. La mia bicicletta
aveva un cestino di paglia, e in un mese era giá scomparso da li per tante
cadute. Anni dopo i miei genitori mi
dicevano che ancora trovavano pezzi di paglia intorno alla casa e si
ricordavano del mio cestino. Por sono cresciuta e le biciclette sono cresciute
con me. Quando facevo le elementari, mio
padre mi accompagnava tutte le mattine a scuola con la sua bicicletta, ed io mi
sentivo una principessa arrivando a bordo della canna davanti ai miei
amichetti. Mi ricordo di una mountain
bike verde, credo fosse di qualche
cugino, che abbiamo dato a un amico dei miei genitori, che in cambio ci ha dato
una bici da donna da cittá esattamente la mia taglia. Questa bici barattata mi
ha accompagnato in tutti i miei viaggi delle superiori ed è ancora la mia
fedele compagna quando tornero in Italia. Durante il liceo, sole, pioggia, neve
o vento, con uno o due zaini, é stata il mio mezzo di trasporto prediletto. La parcheggiavo
sempre sotto a un alberello, e un giorno l'ho trovato a due metri dal suolo, appesa
all’albero, scherzo di alcuni miei compagni di scuola. All'epoca
dell'università a Bologna, ho avuto numerose biciclette, biciclette tutte “da
battaglia", cioé non propiamente nuove, perché in città c’erano molti
ladri di biciclette e non valeva la pena portarsi qualcosa di buono. Una volta mi
hanno rubato una bicicletta e l’ho ritrovata al giorno dopo, quando stava per
essere venduta a qualcun altro, ho combattuto per lei ed é tornata con me. Poi
ho avuto una fantastica bicicletta da uomo, con la canna per far salire a
qualche passeggero. Così tra le mie
amiche avevamo organizzato una buona “banda delle cicliste” e scorazzavamo da
una parte all’altra di Bologna, di giorno e di notte, a bordo delle nostre
biciclette tutte sgangherate. Ho rotto questa fantastica bicicletta una notte
stavo tornando a casa con il fidanzato del momento, in due su di lei, e non la poveretta
non ce l’ha fatta con il nostro peso e si é rotta in due, e il mio cuore con
lei. Un altra volta siamo andate con una
amica in due su una bicicletta a delle acque termali lá vicino. 15 kilometri d’andata
e 15 di ritorno, tra i colli bolognesi.
Tornando a Senigallia, nel garage di casa un giorno é apparso un tandem, sicuramente
baratto opera di mio padre con qualche collega, ma non gli ho mai dato il mio
affetto, perché ho sempre pensato che la bicicletta era una questione
personale, e anche se a volte avevo dei passaggeri con me, sempre era qualcosa
di provvisorio.
E ora ... io cambiando
di continente, ho provato un’altra volta a prendere in mano una bicicletta. Ho
una bicicletta nera, l’ho usata abbastanza soprattutto per viaggi di lavoro, ma
non per lunghe distanze. La paura è che una volta che diventi personale me la
rubino davanti agli occhi. E le cose non stanno come a Bologna, dove sapevo
perfettamente dove trovare i ladri di biciclette.
Poi è arrivata
nella mia vita la Ecobici, un trasporto economico, vanitoso e trendu. Nonostante questo, é impossibile
replicare l’esperienza personale che avevo in Italia con le biciclette, perché
qui ho a che fare con milioni di bici tutte uguali. L’ Ecobici è un mezzo, non
un fine, e con questa filosofia, si deve approffittare al massimo del servizio, ma sempre
tenendo gli occhi attenti. Andare in bici a Città del Messico non ha paragoni
con tutto quello che ho fatto nella mia vita. Lo sport di montagna, che alcuni
chiamano "estreno" non è niente in confronto all’estremo di pedalare a
Polanco in un giorno di traffico. A continuazione qualche consiglio di un
ciclista "tradizionale" per pedalare in questa città senza inghippi:
- Le macchine sono il diavolo, i pedoni i tuoi alleati. Le moto stanno nel limbo
- Non dimenticare mai il casco. Nessun miracolo, ma meglio un casco rotto a una testa rotta.
- Mettersi dei vestiti sgargianti.
- Verificare che il campanello serva, in mancanza di questo, comprare un campanello con un suono intimidatorio.
- Non fidatevi mai dei semafori, un doppio controllo non guasta mai
- Non passate troppo vicini alle auto parcheggiate, le porte che si aprono sono le vostre peggiori nemiche.
- Non salire sul marciapiede se non vuoi che i pedoni ti odiino.
- Portati dietro un fanale per la notte.
- Non è un peccato passare uno stop, ma solo se non arriva nessuno nei prossimi 20 metri quadrati. Invece è peccato andare contro senso.
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La primera vez que tomé una bici en el DF entendí que iba a
ser una experiencia totalmente nueva, y que los años, décadas, que había pasado
arriba de una bicicleta recorriendo el largo y ancho de las calles de mi
pueblo, no me iban a servir de casi nada en esta ciudad.
La primera vez que agarré una bici de verdad, tenía más o
menos 5 años, y andaba por la cuadra de mi casa con los pies más abajo que
arriba. Luego nos mudamos en una calle cerrada, y entonces podía ir libre de
hacer “mis experimentos”. Mi bici tenía una canastita de paja, que al mes ya
había desaparecido por las tantas caídas. Años después mis padres me contaban
que todavía se encontraban con algún resto de paja alrededor de la casa. Luego
crecí y conmigo las bicis que me han acompañado. Cuando hacía la primaria, mi
papá me llevaba en las mañanas con su bici a la escuela, y me sentía como una reina
sentada arriba del tubo al llegar con mis compañeritos. Me acuerdo también de
una mountain bike verde, pertenencia a algún primo mío, que luego llevamos a
una amiga de mis padres, y que en trueque nos dio una bici de mujer de ciudad,
exactamente de mi tamaño. Bici que me acompañó en todos mis trayectos de la
prepa y que todavía es mi fiel compañera cuando regreso a Italia. Al tiempo de
la prepa, con sol, lluvia, nieve o viento, con una o dos mochilas, la bici fue
mi adorado medio de transporte. La estacionaba siempre en un arbolito, y un día
hasta me la encontré a dos metros del piso, broma de alguno de mis compañeros.
En los tiempos de la universidad en Bologna, tuve varias bicis, todas bicis “de
batalla”, es decir viejas y sin mucha importancia, porque en la ciudad había
muchos ladrones de bicicletas y no valía la pena traerme algo bueno. Una vez me
robaron una bicicleta y la encontré al día después cuando estaba por ser
vendida a alguien más, me peleé por ella y regresó conmigo. Luego tuve otra
fantástica bicicleta de hombre, con tubo para llevar a algún pasajero. Así que
ya entre mis amigas habíamos hecho la “banda de las bicicleteras” y nos
movíamos de un lado a otro de Bologna, de día y de noche, con la bici. Rompí esta bici una noche que
estaba regresando a mi casa con el novio de aquel entonces, y no aguantó
nuestro peso y se partió en dos, con mi corazón. También con otra de estas
bicis boloñesas, me fui con una amiga a un balneario cercano, las dos en una
bici, recorriendo 15 km de ida y 15 de regreso entre los cerros de la región.
Regresando a Senigallia, en mi estacionamiento un día apareció una tándem,
trueque de mi papá con algún conocido, pero nunca le agarré cariño, porque
siempre sentí que la bici era algo muy personal, y que los pasajeros que me han
tocado, eran siempre provisionales.
Y ahora… cambiando de continente, intenté otra vez con la
bici. Tengo una bici negra, la he usado bastante para los trayectos del
trabajo, pero no para distancias largas. El miedo es encariñarse con ella, y
que luego te la roben bajo de los ojos. Y ahora no sería como en Bologna, donde
sabía perfectamente donde encontrar a los ladrones de bicis.
Luego llegó en mi vida la Ecobici, un medio de transporte
barato, coqueto y de moda. A pesar de eso, la experiencia personal que tenía en
Italia es imposible con millones de bicis todas iguales. La Ecobici es un
medio, no un fin, y con esta filosofía, hay que aprovechar al máximo del
servicio, pero teniendo los ojos bien atentos. Ir en bicicleta en el DF no
tiene comparaciones con ninguna cosa que he hecho en mi vida. El deporte de
montaña, que algunos llaman “extremo”, no tiene nada de extremo en comparación
en pedalear en Polanco en un día de tráfico.
Así que algunos consejos de una ciclista “tradicional” para pedalear a
gusto en esta ciudad:
- Los coches son el diablo, los peatones tus aliados. Las motos van en el limbo
- Nunca olvidarse del casco. No hace milagros, peor mejor un casco roto a una cabeza rota.
- Ponerse algo de llamativo de ropa.
- Asegurarse que la campanita sirva, en su defecto, comprar una campañita con un sonido intimidatorio.
- Nunca confiarse de los semáforos, una doble revisión nunca viene mal
- No acercarse demasiado a los coches estacionados, las puertas que se abren son tus peores enemigos.
- No subirse a la banqueta, para que el peatón no se moleste.
- Traerse una lamparita para la noche.
- No es pecado pasar los altos, pero solamente si no hay nadie en los próximos 20 metros cuadrados. En cambio sí es pecado ir contra sentido.

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