martes, 15 de julio de 2014

Paese che vai, pizza che trovi / País que vas, pizza que te encuentras

La cucina italiana sembra essere una delle piú famose al mondo. Ovunque nel mondo la si puó incontrare in una delle sue mille versioni, e con lei il suo simbolo per eccellenza: la pizza. Credo che in tutti i paesi in cui sono andata ho provato almeno una volta la pizza del luogo. Ricordo che quando vivevo a Londra mangiavo pizza tutti i giorni nel ristorante dove lavoravo, ricordo con nostalgia una pizza buonissima fatta da una donna aymara nella Isola del Sole in Bolivia, e con ancor piú nostalgia ricordo la pizza della mia cittá.
La pizza messicana é una variante particolarmente fantasiosa e calorica dell'originale. Prima di tutti alcune persone pronunciano male la parola, e dalla loro immaginazione é nato un prodotto culinario alquanto singolare: la "pixa". Poi per i messicani una pizza non vale niente se non viene condita almento un paio di salse, una barbaritá per i palati connazionali. Seguendo con la lista, qui in Messico si sono create molte varianti della ricetta con degli esotici prodotti locali, come "nopales", "chilaquiles", "carnitas", e chi piú ne ha piú ne metta. La pizza tende ad essere spessa, con 4 kili di formaggio, e altrettanti kili di condimento. Non ho mai visto un messicano mangiarsi una pizza intera, mentre que in Italia (con le pizze che abbiamo) se non mangi una pizza intera non sei nessuno.
Tutto questo sfogo nazionalista viene da un "incidente" che mi é passato lo scorso finesettimana. Entrati in un bar per vederci la finale dei mondiali, abbiamo ordinato distrattamente una "Margherita", quello che ordino normalmente in Messico, visto che é la preparazione piú semplice e meno pasticciata. Quando é arrivata la pizza al tavolo ci siamo trovati di fronte a una pizza con peperoni, cipolla, funghi, prosciutto e mozzarella. L'abbiamo guardata un attimo e poi abbiamo protestato con il cameriere che quella non era la nostra pizza, perché avevamo ordinato una Margherita. Il cameriere, senza perdere un colpo, ci ha risposto amabilmente che propio quella era la nostra pizza, e ci ha insegnato il menú dove sotto alla scritta della pizza incriminata c'erano scritti tutti gli ingrediente sopra menzionati. Non abbiamo saputo como protestare di piú, l'argomentazione del cameriere era irrefutabile, cosí che alla fine ci siamo mangiati la nostra "Margherita".

Paese che vai, pizza che trovi

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La cocina italiana parece ser una de las más famosas en el mundo. En donde estes en el mundo la puedes encontrar en una de sus miles versiones, y con esta su símbolo por excelencia:
la pizza. Creo que en todos los países en los cuales he viajado probé por lo menos una vez una pizza autóctona. Recuerdo que cuando vivía en Londres me comía pizza todos los días en el restaurante donde trabajaba, recuerdo con nostalgia una deliciosa pizza hecha por una mujer aymara en la Isla del Sol en Bolivia, y con aún más nostálgico recuerdo la pizza de mi ciudad.
La pizza mexicana es una variante particularmente imaginativa y calórica de la original. En primer lugar algunas personas pronuncian mal la palabra, y por su imaginación nace un producto culinario bastante particular: la "Pixa". Luego, una pizza mexicana no vale nada si no se sazona al menos con un par de salsas, una barbaridad para los compatriotas. Para seguir con la lista, aquí en México han creado muchas variaciones de la receta original con productos locales exóticos, como "nopales", "chilaquiles", "carnitas", y quien más quiere más le añade. La pizza tiende a ser gruesa, con 4 kilos de queso, y otros tantos kilos de condimento. Nunca he visto a un mexicano comer una pizza entera, mientras que en Italia (con las pizzas que tenemos) si no comes una pizza entera no eres nadie.
Todo esto desahogo nacionalista viene de un "accidente" culinario es que me pasó el fin de semana pasado. Entramos en un bar para ver la final del Mundial, pedimos distraídamente al mesero una pizza "Marguerita", la que normalmente pido aquí en México, ya que la preparación es más simple y lleva menos cosas. Cuando la pizza llegó a la mesa, nos encontramos delante de una pizza con pimientos, cebolla, champiñones, jamón y mozzarella. La miramos por un momento y luego nos quejamos a gran voz con el mesero diciéndole que esa no era nuestra pizza porque nosotros habíamos pedido una Marguerita. El mesero, sin perder el control, contestó amablemente que esa era nada más nada menos que nuestra pizza, y nos enseñó el menú donde abajo de la pizza incriminada venían todos los ingredientes antes mencionados. Ya no sabíamos qué más decir, finalmente el punto del mesero estaba muy fuerte, así que terminamos comiendo nuestra pizza "Marguerita".

País que vas, pizza que te encuentras

lunes, 30 de junio de 2014

Una bambina di nome Giulia / Una niña de nombre Giulia

A Cittá del Messico non ho molte occasioni per sentirmi esotica, ma non appena metto piede in qualche remoto paesino o qualche comunitá, improvvisamente divento l'attrazione numero uno. Aspetto diverso, accento diverso e modi di fare decisamente troppo cittadini, mi fanno venire allo scoperto abbastanza velocemente con la gente del posto, che sembra avere una capacitá sorprendente per individuare lo "straniero", visto nella maggior parte dei casi come una persona con potere, denaro e status. Ovviamente é una causa persa spiegare alle persone che non si possiede nessuna di queste tre cose.
Lo scorso finesettimana sono stata messa allo scoperto da un tassista di autobus in una remota localitá di Guerrero mentre stavamo andando ad una pratica di barranchismo. A nulla é valso il mio travestimento da barranchista e il mescolarmi con altre 16 persone... il tassista mi ha riconosciuto perfettamente come "straniera", e mi ha raccontato che ad ottobre diventerá padre per la terza volta e sembra proprio che sará una bambina. Ha voluto che gli ripetessi piú volte il mio nome e che glielo scrivessi, perché gli piaceva per la sua futura creatura. Ovviamente non mi sono tirata indietro, anche se stavo giá pensando a tutti gli inconvenienti che dovrá passare quella povera bambina nella sua vita, in un paese in cui la G non si pronuncia como G, e dove nessuno sa prounciare e scrivere correttamente il tuo nome. Ma dall'altro lato avevo danti i miei occhi tutta l'illusione di un padre, che voleva dare a sua figlia un nome straniero con la speranza che con quel nome potesse avere piú opportunitá di raggiungere un giorno il potere, denaro e status associato a quello.
Non me la sono sentita di infrangere i suoi sogni, e sembra proprio che in quel remoto paese di Guerrero nascerá una bambina di nome Giulia.

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En el DF no tengo muchas oportunidades para sentirme exótica, pero tan pronto como salgo de la ciudad y me aventuro en algún pueblo remoto o en alguna comunidad, me convierto de inmediato en la
atracción número uno. Aspecto diferente, diferente acento y actitudes demasiado urbanas, hacen que los lugareños me descubran bastante rápido, estas personas parecen tener una capacidad asombrosa para encontrar al "extranjero", visto en la mayoría de los casos como un individuo con poder, dinero y  estatus. Obviamente es una causa perdida explicar a la gente que no se posee ninguna de estas tres cosas. 
El fin de semana pasado fui descubierta fácilmente por un conductor de autobús en un lugar remoto de Guerrero, cuando íbamos a una práctica de cañonismo. De nada valió mi disfraz de cañonista y el mezclarme con otras 16 personas ... el conductor me reconoció perfectamente como "extranjera", y me contó que en octubre iba a ser papá por la tercera vez y al parecer iba a tener una niña. El señor quiso que le repitiera varias veces mi nombre y se lo escribiera, porque le gustaba para su futura criatura. Obviamente no me eché para atrás, a pesar de que ya estaba pensando en todos los problemas que la pobre niña iba a tener durante su vida, en un país donde la G no se pronuncia como G, y donde nadie sabrá pronunciar y escribir su nombre correctamente. Pero por otro lado estaba viendo toda la ilusión de un padre que quería dar a su hija un nombre extranjero con la esperanza que con aquel nombre tuviera más oportunidades de alcanzar un día el poder, el dinero y el estatus asociado con aquel. 
No tuve corazón para romper sus sueños, y al parecer en ese remoto pueblo de Guerrero va a nacer pronto una niña de nombre Giulia.

martes, 10 de junio de 2014

Nel continente bolivariano / En el continente bolivariano

Scrivo queste quattro righe sull'aereo di ritorno in Messico. Una settimana in Colombia e sento di aver vissuto in una bolla di sapone, in un frammento di realtá che forse non é la Colombia reale, o per lo meno, una sua versione estremamente parziale. L'hotel dove stavo era nuovo fiammante, le porte colorate di rosso erano immacolate, con il loro colore brillante che faceva male agli occhi. I sorrisi del personale dell'hotel erano quelli di gente che é abituata a gente straniera tra i piedi, e nessuno sembrava sorpreso del mio andare in giro impicciandomi per questo e per quello. Insomma, almeno per sta volta non mi sono sentita tanto esotica. Diciamo che nella colazione dell'albergo c'era gente piú esotica di me, e il solo fatto di parlare spagnolo mi ha salvato da molti inconvenienti. 

Bogotá sembra una cittá del Messico un pó piú piccola e verde. Nelle sue strade a due corsie (in messico sono tre corsie che si trasformano magicamente in quattro nell'ora di punta), corrono come razzi degli scouter tutti scassati, e c'é una popolazione quanto mai intrepida di ciclisti urbani che non guarda in faccia nessuno, muretti compresi. Per quanto riguarda i taxi di Bogotá, di tutti quelli che ho preso, nessun tassista sembrava essere del posto, e mi chiedevano in continuazione informazione su come arrivare al luogo indicato. Non si davano forse conto che ero straniera? Ovviamente sí, cosí che sospetto che c'é sotto qualche tema culturale. 

Il traffico di Bogotá non ha nulla da invidiare a quello di Cittá del Messico. Gli autobus bassi e tarchiati rantolano per le strade occupando senza troppe spiegazioni le due corsie, e dalla loro parte posteriore esce un tubo che emana una nube nera come il carbone. É un mistero come possano i ciclisti passare incolumi attraverso tali nubi di smog. 

La bellezza di Bogotá sta nelle sue belle montagne verdi, che nel clima piovoso che mi é toccato, erano sempre circondate da nubi spesse da favola, come se nelle sue montagne boscose si fossero persi Hansel y Gretel. Un tassista in vena di spiegazioni turistiche mi ha raccontato che nella parte nord delle montagne bogotane ci sono le case dei ricchi, mentre nelle montagne del sud si concentrava la popolazione piú povera. 

Vicino al mio hotel si trovava un parco abbastanza carino per andare a farsi un giretto alla mattina. Gente che corre, che fa yoga, arti marziali e altri tipi di sport sconosciuti in CentroAmerica, e nessun cane tra i piedi, come siamo abituati invece nei parchi Messicani. Insomma una goduria di parco. 

Ed ora qualche nota linguistica. In questi cinque giorni sono stata bombardata da modismi colombiani ovviamente, e spagnoli di Spagna. Per dire che qualcosa è fico, in Messico diciamo "chido", in Spagna "guay" e in Colombia "chevere". Per dire che una persona è fighetta in Messico diciamo que è "fresa", in Spagna "pijo" e in Colombia ... non mi ricordo piú.... Per non parlare che in Colombia per rispondere a una donna, qualsiasi sia la sua etá, dicono "Sí signora!", e sentirmi dire signora tante volte giusto nel giorno del mio compleanno mi ha fatto sentire d'improvviso como se davvero fossi una di quelle signore panciute piene di anelli alle dita e con il trucco un pó cadente.

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Escribo estas cuatro líneas en el avión de regreso a México. Una semana en Colombia y siento de haber vivido en una burbuja, en un fragmento de realidad que tal vez no es la verdadera Colombia, o por lo menos,
una versión muy parcial. El hotel donde me estaba hospedando parecía que se estaba estrenando, las puertas de color rojo eran impecables, con su color brillante que hacía daño a los ojos. Las sonrisas del personal del hotel eran aquellas de esas personas que están acostumbradas a personas extranjeras entre los huev..s, y nadie parecía sorprendido por mi preguntar por esto y por aquello. Bueno, al menos por una vez no me sentí tan exótica. Pues en el desayuno del hotel había gente más exótica que yo, y el mero hecho de hablar español me salvó de muchos inconvenientes.

Bogotá parece un DF un poco más pequeño y verde. En sus avenidas de dos carriles (en México son tres carriles que mágicamente se transforman en cuatro durante la hora de punta), corren como locas unas motonetas todas viejas, y hay una población de ciclistas urbanos extremadamente intrépidos que no miran nadie a la cara, incluyendo las banquetas. En cuanto a los taxis en Bogotá, de todos los que yo abordé, ningun conductor sorprendentemente parecía ser el lugar, y me pedían en continuación información de cómo llegar al lugar indicado. ¿No se daban cuenta de que yo era extranjera? Por supuesto que sí, así que empecé a sospechar algún tema cultural bajo de esta conducta.

El tráfico de Bogotá no tiene nada que envidiar al del DF. Camiones bajos y pesados ocupaban sin demasiadas explicaciones los dos carriles, y de su parte trasera sale un tubo que emite una nube negra como el carbón. Es un misterio cómo los ciclistas puedan pasar indemnes a través de estas nubes de smog.

La belleza de Bogotá se encuentra en sus verdes montañas, que en el tiempo de lluvia que me ha tocado,  estaban siempre rodeados de espesas nubes como de fábula, como si en sus montañas boscosas se habían perdido Hansel y Gretel. Un conductor de taxi en vena de explicaciones turísticas me dijo que en el norte de las montañas bogotanas están las casas de los ricos, mientras que en las montañas del sur se concentra la mayor parte de la población pobre.

Cerca de mi hotel estaba un parque muy agradable, ideal como para ir a dar un paseo por la mañana. Gente corriendo, haciendo yoga, las artes marciales y otros deportes que desconocemos en América Central, y ningún perro entre los pies, a los cuales sí estamos acostumbrados en los parques mexicanos. En definitiva, un parque delicioso.

Y ahora algunas observaciones lingüísticas. En estos cinco días he sido bombardeado por modismos colombianos, por supuesto, y por modismos españoles de España. Decir que algo es bueno, en México decimos "chido", en Espala "guay", y en Colombia "chevere". Decir que una persona es "fresa" en México decimos que esto es "fresa" en España "pijo" en Colombia ... no lo recuerdo.... Por no hablar de que en Colombia para referirse a una mujer, sea cual sea su edad, le dicen "Sí, señora", y sentirme decir muchas veces "señora" el díad de mi cumpleaños me hizo sentir repentinamente de como si realmente fuera una de esas señoras panzoncitas, llena de anillos en los dedos y con el maquillaje mal puesto. 

martes, 22 de abril de 2014

L'arte di attraversare frontiere / El arte de cruzar fronteras

Essere migrante è l'arte di attraversare frontiere .

Un paio di giorni fa ho fatto l'esperienza illuminante di attraversare due frontiere nel giro di pochi giorni: quella degli Stati Uniti e quella del Messico. I due paesi per me sono stranieri, quindi le mie aspettative in quanto al processo di passaggio erano molto simili. Avevo già avuto il "piacere " di attraversato la frontiera del Messico diverse volte, ma la attraverso sempre simbolicamente quando arrivo in aeroporto con un volo internazionale. Quello che mi aspetta sempre é una fila enorme nel posto di migrazione, dove ti controllano anche le mutande. Inoltre, avendo un visto messicano, ho l'obbligo di passare il cotrollo in migrazione anche quando esco dal paese, cosa che significa doppia fila, di entrata e di ritorno.

Con questo backgroud, sono arrivata Tijuana, pronta per passare attraverso alla frontiera terrestre piú attraversata del mondo. Dire questo é parlare di cifre impressionanti: secondo le statistiche delle autorità migratorie, qui arrivano circa 50 mila veicoli ogni giorno e, a seconda del giorno, centomila pedoni passano la frontiera diretti negli Stati Uniti. Questo equivale a se ogni giorno, il doppio delle persone della mia cittá, Senigallia, attraversassero il confine, senza contare quelli che vanno in auto.

Tra questi centomila pedoni giornalieri c'ero anch'io.

Arrivata alla famosa "linea", il primo problema era quello di trovare in quale fila mettersi in coda, perché c'erano due luuunghe file, e da nessuna parte c'era scritto a che cosa corrispondeva ogni fila. Chiedendo ad alcune persone, ho scoperto che una fila era per il pubblico generale e l'altra era la fila veloce, per gli americani e per i lavoratori frontalieri con un permesso speciale. Nonostante questo, io non dovevo mettermi in nessuna delle due file, visto che nascosta dalla massa c'era una terza fila, che era quella per coloro che andavano lontano piú di 25 miglia dal confine (essendo questo il mio caso). Messami in fila già nel posto giusto, ora era solo una questione di aspettare il mio turno ... un'ora passó, e passò anche la senconda, infine, alla terza ora sono arrivata in un ufficio in cui tramitare il permesso delle 25 miglia. Una foto , dati generali, e senza grandi complicazioni ho avuto il mio pass per mettermi in fila nella fila del pubblico generale. Un'altra ora e
mezza di fila, un'altra migrazione americana, e infine, mi hanno sputato fuori negli Stati Uniti, il paese delle meraviglie e file più lunghe del pianeta.

A parte dell'attesa, quello che mi ha sorpreso sono stati i problemi di comunicazione tra il messicano e me a causa di una inversione di verbi: io stavo riferimento a "uscire", intendendo a uscire dal Messico, mentre tutte le persone intorno a me erano tutte felici commentando il loto "entrate" (negli Stati Uniti). D'altra parte ero ben preoccupato di sapere dove si "entrava", riferendosi all'entrata in Messico, visto che non vedevo da nessuna parte l'ingresso o "porta", mentre le persone alle quali le chiedevo della "entrata" mi rispondevano che stava di fronte a me (riferendosi a quella degli Stati Uniti).

Per un attimo mi sono sentita più nazionalista che stessi messicani .

Dall'altro lato, durante la fila mi aspettavo di vedere in qualsiasi momento l'ufficio di migrazione messicana, visto che mi timbrano sempre il passaporte e per "controllarmi" come sempre, ma col passare del tempo e del metri che percorrevo, ho capito che non c'era nessuna immigrazione messicana e stavo giá calpestando il suolo degli Stati Uniti e, con mio grande sgomento, non mi hanno timbrato il passaporto.

Andando avanti, e passato il mio soggiorno negli Stati Uniti, ero pronto a tornare in Messico, e mi sono diretta verso il confine per "entrare". La prima cosa che ho notato è che il confine messicano, a differenza di quello americano, è tutto nascosto, e si deve passare dietro a alcuni edifici, come se fosse una vergogna passare ed entrare in Messico. Quello che mi ha sorpreso era anche che la strada era quasi vuota: una strada stretta, poi una rampa e alla fine di questa, un cancello con la porta girevole con sopra la scritta tutta scrostata "México". Dopo il cancello si era giá in Messico, si passa attraverso un edificio, e poi una scala ti sputa direttamente per le strade di Tijuana.

La verità è che ero giá arrivata con la preoccupazione di non avere il mio passaporto timbrato all'uscita, e quando sono "entrata" c'era solo un poliziotto davanti alla porta che stava vedendo la gente con un aria distratta e sonnolenta. Così ho dovuto avvicinarmi per vedere cosa dovevo fare per entrare al paese, visto che sembrava che potevo passare impunemente. Il polizziotto mi ha detto che se volevo andava a chiamare il suo compagno che era andato al bagno, e che quest'ultimo era l'incaricato di migrazione. Quando finalmente é apparso l'ufficiale mi ha detto che "se avevo il passaporto me lo poteva timbrare" senza troppe domande me lo ho timbrato e mi ha mandato via dall'ufficio..

In quel momento mi sono ricordato la storia di una coppia di couchsurfer finlandesi che sono entrati in Messico da Tijuana, e sono passati como "indocumentati", perché nessuno li ha ricevuti nella frontiera. Alla fine gli "illegali" hanno dovuto regolarizzare il loro status migratorio tornando alla frontiera e facendo timbrare il loro passaporto.

Ero molto curioso di vedere la famosa "linea " e vedere i volti delle persone che erano in fila, tutte quelle persone piene di sogni, di aspettative e di tempo rubato dalla burocrazia gringa.

Nota : il confine e la "linea" sono completamente interiorizzati nell'immaginario della popolazione di Tijuana, qui molte persone invece di dire "fare la fila" dicono "fare la linea".

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Ser migrante es el arte de cruzar fronteras.

Hace un par de día tuve la experiencia reveladora de cruzar dos fronteras en el lapso de algunos días: la de Estados Unidos y la de México. Los dos países son para mí extranjeros, así que mis expectativas eran muy parecida. Ya tenía el "placer" de haber cruzado la frontera mexicana varias veces, pero siempre la cruzo simbólicamente en el aeropuerto cuando llego con algún vuelo internacional. Allí lo que me espera siempre era una cola tremenda en migración, donde te revisan hasta los calzones. Es más, teniendo una visa mexicana, tengo la obligación de pasar a la ventanilla de migración cuando salgo y cuando entro al país, así que doble cola.

Con este backgroud, llegué a Tijuana, lista para pasar la frontera terrestre más cruzada del mundo. Este más que un dicho es una realidad: según estadísticas de autoridades migratorias, de aquí salen unos 50 mil vehículos cada día y, dependiendo del día, hasta cien mil peatones con rumbo a EE.UU. Es decir, es como si dos veces las personas de mi pueblo, Senigallia, cada día cruzaran la frontera caminando, sin contar a los que van en carro.

De estos cien mil peatones diario me encontraba yo también.

Llegada a la famosa "línea" el primer problema fue encontrar en que fila formarme, ya que había dos enormes filas, y en ningún lado decía a que correspondía cada fila. Preguntando un poco a la gente, descubrí que una fila era para el público general y la otra era la fila rápida, para los gringos y para los trabajadores fronterizos con un permiso especial. A pesar de eso, yo no iba a ir en ninguna de las dos filas, ya que más adelante, escondida entre la masa, había una fila más, que era para los que iban a más de 25 millas de la frontera (siendo eso mi caso). Formada ya en el lugar correcto, ahora era cuestión solo de esperar mi turno... una hora pasó, así pasó la segunda, finalmente a la tercera hora de fila llegué a las oficinas donde se sacaba el permiso de las 25 millas. Una foto, los datos generales, y sin mayores complicaciones, ya tenía mi pase para que me formara en la fila del público general. Otra hora y media de fila, otro puesto de migración gringa, y por fin, fui escupida en los States, el país de las maravillas y de las filas más largas del planeta.

A parte de la espera, lo que me dejó más reflexionar fue la falta de comunicación entre los mexicanos y yo debida a una inversión de verbos: para mi lo que estaba haciendo era "salir", refiriéndome a salir de México, mientras que todas las personas a mi alrededor estaban todas contentas comentando sobre su "entrar" (a EE.UU.). Del otro lado estuve bien preocupada de saber donde se "entraba", refiriéndome a la entrada en México, ya que la "puerta" de entrada no se veía en ningún lado, mientras que las personas a las cuales preguntaba me decían que la entrada estaba en frente de mí.

Por un momento me sentí más nacionalista que los mismos mexicanos.

Del otro lado, durante la fila estaba esperándome de ver en cualquier momento a la oficina de migración mexicana, para que me sellaran el pasaporte de salida y que me tuvieran bien checadita como siempre, pero conforme pasaba el tiempo y los metros de la fila, ya me di cuenta que no había ninguna migración mexicana y que ya estaba pisando el suelo de Estados Unidos y, con mi
gran consternación, no tenia mi pasaporte sellado.

Pero bueno, pasada mi estancia en Estados Unidos, ya lista para regresar a México, me encaminé hacia la frontera para "entrar", y la primera cosa que noté es que esta está toda escondida, y había que pasar detrás de unos edificios, como si fuera una vergüenza pasar por allí y entrar a México. Lo que me sorprendió fue también que el pasaje estaba casi vacío, se sigue una callecita, luego una rampa, y al fondo de la rampa hay un torniquete con encima la escrita "México". Y bueno, pasado el torniquete ya uno se encuentra en México, se pasa por un edificio, y luego de una escalerita ya te escupen en las calles de Tijuana.

La verdad ya venía con la preocupación de no tener mi pasaporte sellado de salida, y cuando "entré" había solo un policía en la puerta, que distraído miraba la gente pasar sin hacer ninguna pregunta. Así que tuve que acercarme para ver que iba a pasar con mi entrada en el país, y me dijo que si quería iba a llamar al policía de migración que se había ido al baño. Cuando en fin apareció el oficial, me dijo que "si tienes tu pasaporte te lo puedo sellar", y sin demasiadas preguntas me selló el pasaporte y me corrió de la oficina.

En aquel momento me acordé de los cuentos de unos couchsurfer finlandeses que entraron a México por el paso de Tijuana, y pasaron "indocumentados" la fronteras justo porque nadie los revisó. Al final los "ilegales" tuvieron que arreglar su condición migratoria regresando a la frontera y pidiendo su sello.

Tenía mucha curiosidad de ver la famosa "línea" y ver la cara de las personas que estaban formadas, personas con sueños, expectativas y mucho tiempo robados por la burocracia gringa.

Nota: lo de la frontera y de la línea es completamente interiorizado por los tijuanenses, tanto que mucha gente en lugar de decir "hacer cola", o "hacer fila", dicen "hacer línea".


miércoles, 26 de marzo de 2014

L'antica arte di fare il pane / La antigua arte de hacer el pan

Ok, si si, lo so. É più di un mese che non scrivo, spero di non aver lasciato nessun orfano in giro, ma eccomi qua di nuovo. Non è la mancanza di tempo a bloccarmi, ma piuttosto la mancanza di ritmi stabili, di avere tutto il giorno, o quasi, a disposizione, e di voler fare 101 cose diverse.

Tra le 101, ovviamente c'è anche il fatto di voler cucinare, di scoprirmi e reinventarmi cuoca ai 26 anni. Quando racconto alle mie amiche e ai miei genitori delle mie imprese culinarie, la prima reazione è sicuramente quella di una sonora risata. Come ti viene in mente di metterti ai fornelli dopo aver passato una vita a mangiare piadine vuote? Ovviamente io rispondo che non è mai troppo tardi, e se sono stata una schiappa prima, questo non vuol dire che lo dovrò essere anche negli anni a venire. E allora mi son rimboccata le maniche, ho comprato qualche ingrediente più particole, e mi sono spinta verso confini a me sconosciuti. Quello che sto scoprendo è che la cucina è un gioco, dove vince chi ha pazienza e chi non ha paura di sbagliare. Infondo la cucina è come un esperimento scientifico: procede per prove e per errori. Ancora qualcuno ci rinfaccia della prima volta che abbiamo fatto la pizza in casa, perché era davvero immangiabile, ma piano piano è venuto fuori un risultato decente e sicuramente apprezzabile. Ho scoperto poi che ci sono cose semplicissime da preparare, come il pesto, la pasta fresca o il pane, e ci vuole solo un pò di pazienza e amore per i fornelli. Ma soprattutto ho scoperto nuovi sapori, diversi da quelli dei prodotti del supermercato, sapori che se pur non mi avvicinano a Italia, mi permettono di ristabilire un legame emotivo con la mia terra. Non è un caso che non mi cimenti con la cucina messicana, per quello c'è mia suocera che se la cava eccellentemente.

L'ultima ricetta sperimentata è per l'appunto quella del pane: volevo vedere se riuscivo a combinare qualcosa di commestibile, per poter soppiantare il pane in cassetta che normalmente si mangia qua. Non perché non esistano i panifici, ma perché normalmente questi aprono molto tardi alla mattina, e quando torni a casa alla sera sono rimasti per comprare solo paste e dolci vari, e il pane duro della giornata. Così ho cercato un pò di ricette e mi son messa a fare il pane, devo dire che la parte più noiosa è quella della lievitazione, perché ci sono molte ore morte nel mezzo, ma in generale si tratta di una ricetta semplice e alla portata di tutti.

E voi che aspettate a mettervi a fare il vostro pane artigianale? Non è solo una questione di sapore, ma anche di prezzo! Il pane fatto in casa infatti costa almeno un cuarto del pane commerciale!

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Está bien, sí , lo sé. Ya pasó más de un mes desde la última vez escribí, espero no haber dejado ningún huérfano por allí,  pero aquí estoy otra vez. No es la falta de tiempo que me detiene, sino más bien la falta de una rutina, el echo de tener todo el día, o casi, disponibles, y querer hacer 101 cosas diferentes a la vez.

Entre los 101, también está del deseo de cocinar, cocinar para reinventarme y descubrirme a los 26 años de edad. Cuando les digo a mis amigos y mis padres de mis actividades culinarias, la primera reacción es sin duda la risa. ¿Cómo puedes pensar en ponerte a cocinar después de haber pasado toda una vida comiendo quesadillas? Entonces yo contexto que nunca es demasiado tarde, y si yo era una torpe antes, esto no significa que voy a tener que resignarme a mi estatus de torpe parar los años a venir. Y entonces me puse mi delantal, compré algunos ingredientes más partículas, y empecé a ingresar a un territorio desconocido para mí. Lo que me encontré desde el primer momento es que la cocina es un juego, donde gana el jugador que tiene la paciencia y que no tiene miedo de cometer errores. Al final la cocina es como un experimento científico: procede por ensayos y errores. Por ejemplo todavía hay alguien que se queja de la primera vez que hicimos pizza en la casa, porque en realidad estaba a los limites de lo comestible, pero poco a poco salió un resultado decente y sin duda apreciado. Más tarde me enteré de que hay cosas sencillas de preparar , como pesto, pasta o pan, y sólo se necesita un poco de paciencia y el amor por el arte. Pero, sobre todo , descubrí nuevos sabores, que no sean productos precocidos del supermercado, sabores que incluso si bien no me acercan a Italia, me permiten volver a establecer un vínculo emocional con mi tierra. No es casualidad que no me metí para nada con la cocina mexicana, para esto está mi suegra a la cual el business le sale excelentemente.

La última receta probada es precisamente la del pan: quería ver si podía hacer algo comestible, con el fin de sustituir el pan de caja que se consume mucho aquí en México. No porque no hay panaderías , sino porque éstas normalmente abren muy tarde en la mañana, y cuando uno llega a casa por la noche quedan sólo panes dulces o algún pan de sal todo duro sobrado del día. Así que busqué algunas recetas y empecé a hacer pan. Tengo que decir que la parte más tediosa es la fase del descanso de la masa, ya que hay muchas horas muertas en el centro de la preparación, pero en general se trata de una receta sencilla y al alcance de todos.

¿Y ustedes que esperan para hacer su pan casero ? No es sólo una cuestión de gusto, sino también el precio! El pan casero cuesta por lo menos un cuarto del pan comercial
!

lunes, 3 de marzo de 2014

Il piú cercato ora chi sará? / ¿El más buscado ahora quién será?

Della cattura di Joaquín Guzmán, alias "El Chapo", hanno parlato tutti i giornali del mondo. La rivista Forbes lo considerava uno degli uomini piú ricchi del mondo ed era in cima alla classifica dei piú ricercati dalla CIA. Anche Saviano ne ha dedicato un lungo articolo su Repubblica, spiegando le connessioni di questo esotico boss messicano con gli affari loschi di mezza Italia. Ebbene sí, lo hanno acciuffato con le mani nel sacco, o meglio, lo hanno sorpreso quando, come una persona normale, stava in bagno. Sulla sua cattura non si sa nulla di preciso, quello che raccontano i giornali sembra solo la punta di un iceberg che inizia negli Stati Uniti e termina a Mazatán, la cittá dove l'hanno catturato.
A una settimana dalla sua cattura non si é ancora fatto luce sul mistero, ma é stato interessante vedere le manifestazioni di solidarietà delle persone normali, della popolazione, con il boss. Nei giorni scorsi infatti in centinaia sono scesi in piazza per sostenere la liberazione del famoso narco, sostenendo che si trattava di una "brava persona". Effettivamente durante i miei viaggi di lavoro, in piú di un occasione mi sono sentita decantare le doti del Chapo dalla gente piú insperata. Durante un viaggio a Durango un taxista mi diceva che "da quando il mio compadre il Chapo ha preso la piazza, qui tutto é piú tranquillo e sicuro", mentre a Torreón, dove nel giro di pochi isolati si combatte la battaglia tra Zetas e uomini del Chapo, la popolazione sembra immensamente grata al Chapo per i lavori di ristrutturazione di strade e per ripartire i benefici del "commercio" con la gente. Poi non si parli del fatto che in qualsiasi cittá tu vada, tutti pensansavano che il Chapo si nascondesse proprio lí. Quando sono andata in Tuxtla mi dicevano che il Chapo viveva in una casa lussuosissima vicino al Mirador, in Durango tutti giuravano che il Chapo viveva in un rancho fuori cittá, e in Chiapas c'era gente che diceva che il boss viveva a Tapachula, vicino al confine guatemalteco, per controllare meglio i suoi affari. La gente del DF credeva che il Chapo si nascondeva nella Marquesa e in Sinaloa tutti sostenevano che il narco era loro concittadino. Insomma, non solo il piú ricercato, ma anche la persona con il dono di sdoppiarsi e triplicarsi, tanto da diventare una psicosi collettiva: insomma, se non hai visto il Chapo o non hai conosciuto qualcuno che non abbia visto il Chapo nel corso della sua vita non sei nessuno.
Ed ora, che il piú ricercato del momento é stato catturato, chi sará il prossimo a salire sul podio?
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De la captura de Joaquín Guzmán, alias "El Chapo ", se habló en todos los periódicos del mundo. La revista
Forbes lo consideraba uno de los hombres más ricos del mundo, y encabezaba la lista de los más buscados de la CIA. Saviano también le ha dedicado un largo artículo en la República,explicando las conexiones de este exótico jefe mexicano con los negocios turbios de media italiana. Así es, lo tomaron con las manos en la bolsa, o más bien, fue sorprendido cuando, como una persona normal, estaba en el cuarto de baño. Sobre su captura no se sabe nada de concreto, lo que los periódicos dicen parece sólo la punta de un iceberg que comienza en los Estados Unidos y termina en Mazatán, la ciudad donde fue capturado.
Una semana después de su captura aún no se hace luz sobre el misterio, pero fue interesante ver las muestras de solidaridad de la gente común, la población, con el capturado. En los últimos días cientos de personas salieron a las calles para apoyar la liberación del famoso narco, argumentando que era una "buena persona". De hecho, durante mis viajes de trabajo, en más de una ocasión me sentí elogiando las cualidades del Chapo de parte de las personas más inesperadas. Durante un viaje a Durango un taxista me dijo que "desde que mi compadre el Chapo ha tomado la plaza, aquí todo es más pacífico y seguro", mientras que en Torreón, donde a distancia de pocas cuadras se lucha una batalla entre los Zetas y los hombres del Chapo, la población parece inmensamente agradecido al Chapo para la renovación de las carreteras y para compartir los beneficios del "comercio" con la gente común. Todo eso para no hablar del hecho de que en cualquier ciudad que iba, todos me decían que el Chapo se escondía allí . Cuando fui  a Tuxtla me dijeron que el Chapo vivía en una casa muy lujosa cerca del Mirador, en Durango todos juraban que el Chapo vivía en un rancho en las afueras de la ciudad, y en Chiapas hubo gente que dijo que el jefe estaba viviendo en Tapachula, cerca la frontera con Guatemala, para un mejor control de sus negocios. La gente del DF creía que el Chapo estaba escondido en la Marquesa y Sinaloa decían que el famoso narco era uno de sus ciudadanos. En resumen, no sólo los más buscados, sino también a la persona con el don de duplicarse y triplicarse a placer, llegando a ser una psicosis colectiva: en pocas palabras, si no has visto el Chapo o si no has conocido a alguien que lo haya visto durante su la vida , no eres nadie.
Y ahora que el más buscado del momento fue capturado , ¿quién será el siguiente en subir al podio de la CIA?

lunes, 24 de febrero de 2014

Di quella volta che toccammo il cielo e per poco il vento non ci ha portato via / De aquella vez que tocamos el cielo y por poco el viento no nos hizo volar

Durante queste vacanze natalizie a volte é stato difficile spiegare a qualche amic@ che in Messico, oltre a spiagge caraibiche e deserti torridi, si possano trovare anche montagne che sfiorano i sei mila metri, con tanto di ghiacciai e possibilitá di fare qualche sport invernale. Ovviamente di sciare neanche a parlarne, ma si puó fare quello che in europa si chiama "alpinismo". La montagna per eccellenza dove allenarsi e raggiungere i primi cinque mila metri é l'Iztaccihuatl, o "mujer dormida", come la chiamano da queste parti, perché il suo profilo assomiglia a quello di una donna addormentata. Proprio dal suo nome d'arte "mujer dormida", si nominano altre parti della montagna: le "ginocchia", la "pancia", il "petto", e la "testa". Chi conosce la montagna sa bene che nominare le "ginocchia" significa riferirsi alla parte piú difficile della montagna, con una pendente considerevole e continua, dove a volte si deve far uso delle mani per salire. Parlando della "pancia" ci si riferisce a ghiacciaio che la ricopre, che bisogna attraversare per forza per approssimarsi alla cima. Quando si menziona il "petto", significa che ormai é fatta, che si é raggiunti la cima, e che da li si potrá ammirare la "testa", una roccia enorme formata da pietra porosa difficilissima da scalare perché costantemente si sgretola.
Ci sono vari modi per raggiungere la cima, vari percorsi, ma il piú semplice é il tradizionale, quello che passa per le "ginocchia". Si puó raggiungere la cima in due giorni e pernottare in un rifugio ai piedi delle "ginocchia"; o affrontare la salita in puro stile "alpino", partire dal posto dove si lasciano le macchine intorno alla mezzanotte, e fare la montagna in un giorno. Questa ultima opzione é quella che abbiamo scelto per la nostra ultima spedizione.
Devo dire che questa parte dell'anno (febbraio fino a maggio) é particolarmente adatta per scalare la montagna, perché le condizioni climatiche sono generalmente ottime, e perché non c'é molto ghiaccio in vetta e si puó tentare la salita anche senza cramponi.
Cosí alle 2 della mattina abbiamo iniziato la nostra camminata dalla Joya, il punto dove si lasciano le macchine, situata a 3.940 metri di altezza. É un momento decisivo, quello dove si deve iniziare a camminare e affrontare i primi giramenti di testi dovuti all'altezza. Ma come disse Mao, "un viaggio di mille chilometri inizia con un passo", e cosí, passo a passo, ci siamo incamminati verso la cima, in piú il nostro cammino era illuminato da una luna piena bellissima. Due ore e mezza piú tardi, in prossimitá del rifugio, ci siamo fermati per mangiare qualcosa e per riposarci un attimo, per poi affrontare la parte sfiancante delle "ginocchia". Li nel rifugio ci siamo accorti che quello stesso giorno avrebbero scalato la montagna anche altri gruppi, in particolare guardiamo con sospetto un gruppo di una ventina di persona che fanno molto rumore e che neanche ci salutano. Cosí iniziamo la parte delle "ginocchia", ancora é buio. La prima parte é composta da un ghiaione particolarmente stancante, per ogni passo che si fa verso l'alto, ti riporta indietro di un passo. Ma piano piano, e con l'aiuto dei bastoncini da montagna, guadagnamo terreno verso l'alto. Una volta arrivati sopra alla "ginocchia" inizia a soffiare un vento malefico, é quasi l'alba, ma é anche il momento piú freddo di
tutto il giorno. Nei guanti foderati le nostre mani stanno congelando, e le gambe, protette solo da un pantalone invernale, anche loro iniziano a congelare. Sta albeggiando, e i colori dell'orizzonte ci sorprendono, si vedono in lontananza i profili dell'altra altissima montagna del Messico, il Pico de Orizava con i suoi 5,702 metri, per non parlare del Popocatepetl, 5,452, che ce l'abbiamo li a un lato. Ma il vento ci dice che dobbiamo continuare pena il congelamento, cosí riprendiamo il cammino verso la cima. Si cammina per un paio di ariste fino ad arrivare alla "pancia", il ghiacciaio, e li bisogna attraversarlo per arrivare fino al "petto". Attraversare il ghiacciaio é una piacevole passeggiata tra ghiaccio e neve, non é difficile, anche se si vedono parti dove il ghiaccio é piú spesso che potrebbero essere pericolose. Ma con molta attenzione e con l'aiuto dei bastoncini, attraversiamo anche questo ostacolo, ed ora la cima appare piú vicina. Intanto il vento non ci ha lasciato in pace, piú ci avviciniamo alla cima e piú diventa forte, ci sono parti dove é persino difficile stare in pieni, e bisogna curvarsi e aggrapparsi ai bastoncini per non cadere. Altre due salita, non troppo impegnative, e siamo giá in vetta, 5,282 metri. Ci guardiamo intorno e il paesaggio é mozzafiato, sembra di avere ai piedi il mondo intero, e la montagna con i suoi ghiacciai che ci avvolge e protegge. Ci spingiamo ancora piú avanti, attraversiamo un altro ghiacciaio e arriviamo fino all'altro "petto", da dove si puó ammirare la "testa", questo ammasso di roccia scura. Ma il vento non ci da pace, e decidiamo presto lasciare la cima per affrontare la discesa e il ritorno alla civiltá.

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Durante estas últimas vacaciones en Italia a veces ha sido difícil explicar a algún amig@ que en México, junto a playas tropicales y desiertos tórridos, también se pueden encontrar montañas que casi llegan a los seis mil metros, con muchas posibilidades para hacer algunos glaciares y deportes de invierno. Obviamente de esquiar ni hablarlo, pero se puede hacer lo que en Europa se llama "alpinismo". La montaña por excelencia donde entrenar y llegar a los primeros cinco mil metros es el Iztaccíhuatl o "mujer dormida ", como lo llaman aquí, por la forma de su perfil. Por su nombre artístico de "mujer dormida ", se nombran otras partes de la montaña: las "rodillas", la "panza", el "pecho" y la "cabeza". Quienes conocen la montaña saben que al nombrar las "rodillas" se refiere a la parte más difícil de la montaña, con una pendiente muy dura y continúa, donde a veces hay que hacer uso de las manos para subir. Hablando de la "panza" se refiere al glaciar que cubre esta parte, que se debe cruzar a fuerza para llegar a la cumbre. Cuando se menciona el "pecho", quiere decir que ya se ha logrado la expedición, que se ha llegado a la cima, y desde allí se puede admirar la "cabeza", una enorme roca formada por piedras porosas muy difícil de escalar, ya que constantemente se desmoronan.Hay varias maneras de llegar a la cima, varias rutas, pero la más sencilla es la tradicional, la que pasa por las "rodillas". Se puede llegar a la cima en dos días y quedarse a dormir en un albergue a los pies de las "rodillas" o atacar la montaña al estilo "alpino", desde el lugar donde se dejan los coches, y hacer la montaña en un día. Esta última opción es la que elegimos para nuestra última expedición.
Así que a las 2 de la mañana empezamos nuestra caminata desde Joya, el punto donde se dejan los coches   que se encuentra a 3.940 metros sobre el nivel del mar. Es un momento decisivo, aquel en el que tienes que empezar a caminar y hacer frente a los primeros malestares debido a la altura. Pero, como dijo Mao, "Un viaje de miles de km comienza con un paso", y así, paso a paso empezamos nuestro ascenso, además nuestro camino estaba iluminado por una luna llena hermosa. Dos horas y media más tarde nos paramos en el refugio para comer algo y para descansar un rato, para luego abordar la parte más agotadora de toda la montaña: las "rodillas". En el refugio, nos dimos cuenta de que ese día habrían subido la montaña también otros grupos, en particular estabamos viendo con sospecha a un grupo de unas veinte personas que hacían mucho ruido y que ni siquiera nos saludaron. Así que empezamos por parte de las "rodillas" todavía al obscuro. La primera parte está compuesta por un arenal particularmente agotador, por cada dos paso que hacíamos  hacia arriba, el arenal te regresaba un paso atrás. Pero poco a poco, y con la ayuda de los palillos de montaña, ganamos suelo hacia arriba. Una vez conseguimos terminar la parte de las "rodillas", empezó a soplar un viento fuertísimo y gélido, casi amanecía, y era la parte más fría de todo el día. En los guantes forrados nuestras manos estaban congelando y las piernas, protegido sólo por unos pantalón invernal, también comienzan a congelarse. Amanece, y los colores del horizonte nos sorprenden, a lo lejos se puede ver los perfiles de las otras montañas de México: el Pico de Orizaba, con sus 5.702 metros, para no hablar

del Popocatépetl, 5,452 metros, que lo tenemos allí a un lado. Pero el viento nos dice que tenemos que seguir, si no queremos sufrir una buena congelación, así que retomamos el camino a la cima. Caminamos un par de aristas más hasta la "panza" formada por el glaciar.
Cruzar el glaciar es un agradable paseo por hielo y nieve, no es tan difícil, aunque hay partes donde se ve que el hielo está más grueso y se podrían complicar las cosas. Así que con mucho cuidado y con la ayuda de palitos cruzamos también este obstáculo, y ahora la cima ya se siente más cercana. Mientras tanto el viento no nos dejan en paz, ya que vamos subiendo se hace más y más fuerte, y hay partes en las que es incluso difícil estar parado, y hay que doblarse un poco y agarrarse de los palillos para evitar de caerse. Dos subiditas más, no demasiado difíciles, y ya estamos en la cumbre, 5.282 metros. Miramos a nuestro alrededor y el paisaje es impresionante, parece que tenemos todo el mundo a nuestros pies, y la montaña, con sus glaciales y pendientes que nos rodea y protege. Nos adelantamos adentro a la montaña otro poco, y cruzamos otro glaciar para llegar al otro "pecho", y desde allí pudimos admirar la "cabeza", esta masa de roca obscura. Pero el viento no nos da paz, y decidimos dejar la cumbre temprano para enfrentarnos con el descenso y regresar a la civilización.

Debo decir que esta parte del año (de febrero a mayo) es particularmente adecuada para escalar la montaña, ya que el clima es generalmente bueno, y porque no hay una gran cantidad de hielo en la parte superior y se puede escalar hasta sin crampones.

Fotos de Rodrigo Rosas V

miércoles, 29 de enero de 2014

La morte della Fiat / La muerte de la Fiat

Lontana più di mille miglia dall'Italia, è strano che mi scatti l'impulso nazionalista, eppure le notizie di oggi ci sono riuscite. 
A quanto pare la Fiat, storica marca di utilitarie fortemente radicata nel territorio italiano, è bella e morta e sepolta. Dalle sue ceneri pare sia nata una creatura bicefala, con da una parte scritto in faccia Fiat e dall'altro Chrysler, ogni volto ha una nazionalità e una storia diversa, ma ora sembrano convivere armonicamente sotto la scritta FCA (Fiat Chrysler Automobilies). Questa nuova società, salutata con strette di mano e abbracci tanto dalla classe politica italiana che dai pochi imprenditori rimasti, si può definire apolide. Avrà sede legale in Olanda (affinchè gli Angelli possano avere una maggiore quota della società), la residenza a fini fiscali nel Regno Unito (per i vantaggi che il sistema inglese accorda a chi matura dividendi all'estero), e sarà quotata a New York, oltre che a Milano. Per quanto riguarda la produzione: Polonia, Turchia, Messico e qualcosa resta anche in Italia. Nel 2012 le stime parlavano di un 70 per cento dei lavoratori fuori dai confini nazioni, e c'era ancora chi vantava che la Fiat era un'impresa totalmente italiana, ora chi si potrebbe azzardare a dire questo?
La mia tristezza nasce dal fatto che come molti italiani, la Fiat è stata parte della mia vita: come tanti ho avuto una 500 (in una delle sue tante incarnazioni), e ho ascoltata sin da piccola i racconti quasi epici di questa impresa che faceva macchine per il popolo a prezzi bassissimi. 
Ed ora non mi resta nient'altro che la rabbia e l'impotenza di vedere la Fiat morire e vedere gente che ride al suo funerale.

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A más de mil millas lejos de Italia, es muy raro que nazca en mí en el impulso nacionalista, pero la noticias de hoy han tenido éxito es eso.
Al parecer la Fiat, marca historia de automóviles profundamente arraigada en el territorio italiano, ya murió y
fue enterrada. De sus cenizas parece haber nacido una criatura de dos cabezas, en un lado tiene escrito en la cara la palabra Fiat, y por el otro la palabra Chrysler, cada cara tiene una nacionalidad y una historia diferente, pero ahora parecen vivir armonicamente bajo la palabra FCA ( Fiat Chrysler automobilies ). Esta nueva empresa , recibida con apretones de manos y abrazos por la clase política italiana por los pocos emresarios que quedan, se puede definir apátrda. Tendrá su domicilio social en los Países Bajos (para que los Angelli, sus fundadores, puedan tener un mayor peso de decisión en la empresa), la residencia fiscal en el Reino Unido (por los beneficios que otorga el sistema inglés a los que maduran los dividendos en el extranjero), y se cotizará en Nueva York y en Milán. En cuanto a la producción: Polonia, Turquía, México y algo también permanece en Italia. En 2012 , las estimaciones hablaban de un 70 por ciento de los trabajadores fuera de las fronteras nacionales, y todavía en aquel entonces había quienes se felicitaban de que Fiat era una empresa totalmente italiano. ¿Ahota quién se podría atreverse a decir esto?
Mi tristeza viene del hecho que, al igual que muchos italianos, la Fiat ha sido parte de mi vida. Como muchos, yo también tuve un 500 (en una de sus muchas encarnaciones), y he escuchado desde la niñez historias épicas sobre esta empresa que hacía coches para el publo a precios muy bajos.
Y ahora no me queda nada más que el enojo y la impotencia de ver la Fiat murir, con gente que se ríe a su funeral. 

miércoles, 15 de enero de 2014

La nuova opportunità del colonialismo, accordi bilaterali e petrolio / La nueva oportunidad del colonialismo, acuerdos bilaterales y petróleo

Letta in Messico ed allora tutti d'improvviso si accorgono che quel lontano paese centro-americano, o meglio nord-americano conta qualcosa, e che forse oltre al fatto di essere il paese del tequila, dei mariachi e dei "nachos", c'é qualcos'altro che bolle sotto al rovente sole tropicale: l'oro nero. É emblematico che invece del consueto stuolo di ministri, Letta si sia fatto accompagnare dai magnati di Eni, Enel e Finmeccanica, che sul paese in questione ci avevano buttato l'occhio giá da un pezzo. Se Repubblica annuncia che Eni ha appena inaugurato il suo primo ufficio a Cittá del Messico, in realtà la presenza del colosso energetico in Messico era già presente da almeno un anno e mezza, cioè da quando mi sono accorta che nei siti di lavori messicani apparivano sempre più offerte di lavoro per la Saipem come ingegneri elettrici, tecnici vari e segretarie bilingui. Cioè molto prima che il presidente Peña Nieto, presidente del Messico, varasse l'attesissima riforma sulla privatizzazione petrolifera. Ma non potendo parlar male della politica messicana, posso sempre continuare a parlar male della politica del mio paese. Magicamente il Messico diventa nelle cronache giornalistiche un paese dal "forte slancio commerciale", un "partner economico ideale" per l'Italia, senza pensare che la fortuna del Messico é dovuta in una parte al peso del Narcotraffico, a una struttura politica quanto mai fragile e corrotta e a delle disuguaglianze economiche enormi, tanto da avere nello stesso paese l'uomo piú ricco del mondo e una percentuale di popolazione che versa in condizioni di povertà del 45% (secondo le stime del Coneval). Ma all'Italia, o meglio, agli imprenditori italiani, sembrano non importare le conseguenze delle loro attività economiche, i guadagni come sempre si mettono al primo piano, ed oggi piú che mai il Messico é il paese in cui si può trovare petrolio a un prezzo bassissimo. Basti pensare che un pieno a un distributore di benzina costa meno della metà che in Italia.
Insomma, questi nuovi accordi bilaterali Letta-Peña non mi sembrano altro che una nuova forma di capitalismo: da una parte i paesi ricchi cercano nuove forme e modalità "legali" per mettere le mani sulle risorse dei paesi in via di sviluppo, e da parte loro,  i paesi in via di sviluppo ringraziano per l'opportunità a loro concessa.

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Letta (primer ministro italiano) en México y de repente se dan cuenta de que aquel país lejano centroamericano, o más bien, norteamericano, cuenta algo, y que tal vez, además de ser el país del tequila, de los nachos, y de los mariachi, hay algo más que me mueve bajo el sol tropical mexicano: el oro negro . Es emblemático que en lugar del grupo habitual de ministros, Letta fue acompañado en su gira por México por
los magnates de Eni , Enel y Finmeccanica, empresas energeticas nacionales que se habían interesado al país en cuestión ya desde hace un rato. Si República, el mayor periódico italiano, anunció que Eni (empresa petrolera multinacional nacida en Italia) acaba de abrir su primera oficina en el Districto Federal, en realidad la presencia del gigante de la energía ya estaba presente en México por lo menos desde hace un año y medio, que es cuando me di cuenta de que en los sitios de trabajo mexicanos aparecían siempre más empleos para Saipem como ingenieros eléctricos , técnicos y secretarias bilingüe. Es decir, todo eso había empezado mucho antes de que el presidente Peña Nieto pusiera en marcha la reforma tan esperada de privatización de la industria petrolera. Por no poder hablar mal de la política mexicana, me consolaré hablando mal de la política de mi país. Siguiendo la cobertura periódistica que los medios han hecho de la gira de Letta, México se conviertió por milagro en un país con un "fuerte impulso empresarial ", un " socio económico ideal" para Italia, sin mencionar que la suerte de México se debe en parte al peso del tráfico de drogas, en una estructura política más que nunca frágil y corrupta y grandes desigualdades sociales, tanto que en el mismo país convive el hombre más rico del mundo con un 45 por ciento de población que vive bajo pobreza (siguiendo las estimaciones del CONEVAL). Pero Italia, o más bien, los empresarios italianos, parecen no tener en cuenta las consecuencias de sus actividades económicas, las ganancias como siempre se quedan en primera línea, y hoy más que nunca México es el país donde se puede encontrar el petróleo a un precio muy bajo. Basta pensar que llenar el tanque de un coche en México cuesta menos de la mitad de lo que cuesta en Italia.
En resumen, estos nuevos acuerdos bilaterales Letta-Peña no me parecen ni más ni menos que una nueva forma de capitalismo: por un lado, los países ricos están buscando nuevas formas y medios "legales" para poner sus manos sobre los recursos de los países en vía de desarrollo, y por su parte, los países en vía de desarrollo no le queda que darle las gracias a los países ricos para darle la esta nueva oportunidad.

viernes, 10 de enero de 2014

L'Ikea, gli Abba e gli altri stereotipi sbagliati sugli svedesi / Ikea, los Abba y los otros estereótipos equivocados sobre los suecos

Quando qualcuno nomina la Svezia, la prima cosa che si pensa è sicuramente il colosso dell'Ikea, anche se appena qualche decennio prima il primato ce l'avevano gli Abba, gruppo pop che ha rappresentato la Svezia in tutto il mondo. Ma a parte questo, il buio più totale, visto che non è possibile che andando in un centro commerciale dell'Ikea, ascoltando musica degli Abba e mangiare la carne di renna ci possano dare un'idea chiara di chi siano gli svedesi. Ma un pò alla volta credo di essermi fatta un'idea dello svedese medio, un tipo strano, ma notevolmente interessante e sostanzialmente innocuo. Basta pensare all'uomo svedese più famoso del momento, il Sr.Kamprad, papa dell'Ikea. Beh, quest'uomo, nel 2012 al sesto posto tra gli uomini più ricchi al mondo, è un uomo assolutamente comune, che ha iniziato il suo buisness all'età di 7 anni vendendo fiammiferi ai vicini di casa. Tutt'ora rimane attaccato alla sua umile origine, ed è solito alloggiare in hotel economici, spostarsi in mezzi pubblici e continua ad usare una vecchia Volvo di più di vent'anni.
L'altro giorno ho letteralmente divorato un libro di un altro svedese, tale Jonasson Jonas, dal titolo tanto surreale quanto intrigante di "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve". Nel libro si raccontano le avventure di Allan Karlsson, che per l'occasione del suo centesimo compleanno decide, di punto in bianco, di darsela a gambe dalla casa di riposo dove è rinchiuso. Nella sua strada verso la libertà incontra prima una valigia piena di soldi, e poi una serie di compagni di viaggio dalle storie più strampalate, avendo alle calcagna la polizia e una banda di malviventi dai modi poco simpatici. Nel libro sembra che tutto è possibile, che si possa essere invitati a pranzo con i più importanti capi di stato, e che si possa tenere un elefante in giardino come un animale domestico. I personaggi di Jonasson sembrano l'incarnazione dello svedese di oggi, simpatico, un pò strano, pieno di storie da raccontare, e soprattutto umile, cosa che manca a noi di altre nazionalità. Lo stesso Sr.Kamprad sembra essere uscito da uno dei racconti di Jonasson, confermando l'ipotesi di svedesi come gente interessante.
Insomma, tutte queste impressioni sono scaturite dalla lettura di un libro, potrebbero essere conclusioni sbagliate, ma sicuramente meno sbagliati di quelle di chi ricollega gli svedesi agli Abba.

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Cuando alguien menciona la Suecia, la primera cosa que uno piensa que es sin duda el gigante de Ikea, aunque sólo pocas décadas antes, el recordo lo tenían los Abba, grupo pop que representó la Suecia en el
mundo. Pero aparte de estas dos referencia, la oscuridad absoluta: no es posible que al ir a un centro comercial Ikea, escuchar música de los Abba y comer carne de reno, nos pueda dar una idea clara de quiénes son los suecos. Pero poco a poco creo que me hice una idea del sueco medio: un persona rara, pero muy interesante y esencialmente inofensiva. Basta pensar en el hombre más famoso de Suecia de hoy en día, el Mr.Kamprad, el papa de Ikea. Bueno, este hombre que en 2012 ocupó el sexto lugar entre los hombres más ricos del mundo, es un hombre muy común, que comenzó su negocio a la edad de 7 años con la venta de cerillos con los vecinos de casa. El señor todavía se aferra a su humilde origen, y por lo general se queda en hoteles baratos, viaja en transporte público y sigue usando un viejo Volvo que tiene más de veinte años.
El otro día leí de golpe un libro de otro sueco, tal Jonas Jonasson, con un título tan surrealista como intrigante: " El centenario que saltó por la ventana y desapareció." El libro cuenta las aventuras de Allan Karlsson, quien para la ocasión de su centésimo cumpleaños decide de la nada de dejar todo y huir de la residencia de ancianos donde se encontraba. En su camino hacia la libertad, se encuentra antes una maleta llena de dinero, y luego una serie de compañeros de viaje todos con las historias más extravagantes y divertidas, todo eso mientras están buscados por la policia y por una gang de delincuentes pocos amigables. En el libro parece que todo es posible, hasta ser invitado a un almuerzo con los jefes más importantes del mundo, y tener a un elefante en el jardín como si fuera una mascota. Los personajes de Jonasson parecen la encarnación de los suecos de hoy: gente agradable, un poco extraña, llenas de historias que contar, y muy humilde, característica, esta última, que faltan a nosotros de otros países. El mismo Sr.Kamprad parece salido de una de las historias Jonasson, lo que confirma la hipótesis de los suecos como la gente interesante.
En resumen, todas estas impresiones son el resultado de la lectura de un libro, puedes ser conclusiones equivocadas, pero sin duda menos equivocada de quienes siguen conectando los suecos a los Abba.

lunes, 6 de enero de 2014

I re magi vs. la Befana / Los reyes magos vs. la Befana

Tra tutti i giorni dell'anno il 6 gennaio è quello dove sento più che mai la "distanza culturale" tra Messico e Italia. Uno sguardo su Facebook non sarebbe più eloquente: mentre i miei amici italiani mettono in mostra foto di calze piene di dolci e per i più cattivelli piene di carbone, quelli messicani sfoggiano foto di scarpe puzzolenti messe sotto l'albero e poi trovare il giorno dopo circondate, o riempite di regali (beati quelli con la scarpa più grossa). Anche la persona che porta i regali non è la stessa, a quanto pare i bambini messicani fanno affidamento per realizzare i loro desideri a i Re Magi, mentre gli italiani si appellano alla figura magica della Befana. Vediamo quindi i due personaggi a confronto, e le tradizioni "magiche" intorno a questi.
Secondo la tradizione italiana la Befana, raffigurata come una donna molto anziana che vola di notte a cavalcioni di una scopa, fa visita ai bambini nella notte tra il 5 e il 6 gennaio per riempire le calze lasciate da essi appositamente appese sul camino o vicino a una finestra. I bambini che durante l'anno si sono comportati bene riceveranno dolci, caramelle, frutta secca o piccoli giocattoli. Al contrario, coloro che si sono comportati male troveranno le calze riempite con del carbone
Per risalire alla nascita della figura della Befana si deve andare indietro nel tempo fino all'epoca dell'Impero Romano. Anticamente la dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana d i Madre Natura. I Romani credevano che in queste dodici notti, figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. A guidarle secondo alcuni era Diana, dea lunare legata alla vegetazione, secondo altri una divinità minore chiamata Satia (sazietà) o Abundia (abbondanza). La Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche. Ma la sovrapposizione di queste figure e altre credenze diedero origine a personificazioni che sfociarono nel Medioevo nella nostra Befana, il cui aspetto
, benché benevolo, è chiaramente imparentato con la personificazione della strega. Il fatto che mia madre sia nata proprio il giorno della Befana ha fatto nascere in me da piccola la convinzione di essere figlia di una "strega".
Passando invece ai Re Magi, questi sono i tre antichi astronomi e sacerdoti zoroastriani che, secondo il Vangelo, seguendo una stella estremamente luminosa, giunsero a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, appena nato. I bambini e i genitori messicani la notte tra il 5 e il 6 gennaio lasciano un bicchiere d'acqua vicino a delle scarpe e a volte qualche alimento, per mitigare la sete e la fama degli illustri viaggiatori. In più il 6 gennaio ci si riunisce in famiglia per tagliare la "Rosca de Reyes", un dolce dalla forma di ruota al cui interno sono nascosti uno o più bambinetti. Questi bimbi nascosti rappresentano al bambin Gesù che fu nascosto e protetto nel racconto biblico durante i tempi di Erode, perchè quest'ultimo, saputo che sarebbe nato il re dei re, aveva ordinato di uccidere tutti i bambini minori ai 3 anni. 
Queste le tradizioni dei due paesi, devo dire che io sono affezionata alla cara calza, ovviamente piena di dolci ;)
Proverbio del 6 gennaio: Epifania, che tutte le feste si porta via
Filastrocchia sulla Befana: La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte, con le toppe alla sottana, Viva, viva la Befana! 

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De todos los días del año el 6 de enero es aquel en el caul siento más  la "distancia cultural" entre México e Italia. Una mirada al Facebook no sería más elocuente: mientras mis amigos italianos ponen fotos de calcetines llenos de dulces y para los niños traviesos llenas de carbón, los mexicanos cuentan con fotos de zapatos malolientes que ponen bajo del árbol y que luego encuentran el día siguiente rodeado o lleno de dones (afortunados los que tienen el zapato más grande). Incluso la persona que trae los regalos no es la misma: los niños mexicanos llaman para satisfacer sus deseos a los Reyes Magos, mientras que los italianos a la figura mágica de la "Befana", un bruja muy viejita. Así que veamos los dos personajes y las tradiciones "mágicas" en torno a estas.
De acuerdo con la tradición italiana, la Befana es representada como una mujer muy vieja que vuela en la noche a horcajadas de una escoba, visitas a los niños en la noche entre el 5 y 6 de enero y llena los calcetines dejados por ellos colgados en la chimenea o cerca una ventana. Los niños que durante el año se han portado bien recibirán dulces, caramelos, frutos secos o pequeños juguetes. Por el contrario, los que se han portado mal, encontrarán calcetines llenos de carbón.
Para rastrear la aparición de la figura de la Befana se tiene que ir atrás en el tiempo hasta el Imperio Romano. En la antigüedad, la duodécima noche después del solsticio de invierno, se celebraba la muerte y el renacimiento de la naturaleza, a través de la figura pagana de la Madre Naturaleza. Los romanos creían que en estos doce noches, figuras femeninas volaban sobre los campos sembrados para propiciar las cosechas futuras. A guiar estas figuras según algunos era Diana, diosa de la luna en relación con la vegetación, según otros, era una deidad menor llamada Satia (saciedad) o Abundia (abundancia). La Iglesia condenó tales creencias, considerandolas el resultado de la influencia satánica. Pero la superposición de estas figuras y otras creencias dio lugar a personificaciones que terminaron en la Edad Media con la creación de nuestra Befana, cuyo aspecto, aunque benigno, está claramente relacionado con la personificación de la bruja. El hecho de que mi madre nació en el día de la Befana ha
creado en mi la convicción de niña de ser la hija de una " bruja ".
Pasando a los Reyes Magos, estos son los tres antiguos astrónomos y sacerdotes de Zoroastro que, según el Evangelio, siguiendo una estrella vinieron a Jerusalén para adorar al niño Jesús recién nacido. Los niños y padres mexicanos la noche entre el 5 y 6 de enero dejan un vaso de agua cerca de los zapatos y algo de comida para mitigar la sed y el hambre de los ilustres viajeros. Además, el 6 de enero se reunen las familias para cortar la "Rosca de Reyes ", un pastel con forma de rueda en la que hay uno o más niños escondidos. Estos niños escondidos quieren recordar al niño Jesús que en los días de Herodes tenía que estar escondido, porque aquel rey, al saber que iba a nacer el Rey de los Reyes, había ordenado matar a todos los niños menores de 3 años .

Estas son las tradiciones de los dos países, tengo que decir que soy más fiel a la versión de la Befana y de los calcetines llenos de duces ;)

Proverbio italiano para el 6 de enero: “Epifenia, che tutte le feste si porta via”. Epifanía, que quita todas las fiestas


Filastrocchia italiana para la Befana: “La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte, con le toppe alla sottana, Viva, viva la Befana” - La Befana viene por la noche, con los zapatos todos rotos, la falda con los parches, ¡Viva, viva la Befana!