Essere migrante è l'arte di attraversare frontiere .
Un paio di giorni fa ho fatto l'esperienza illuminante di attraversare due frontiere nel giro di pochi giorni: quella degli Stati Uniti e quella del Messico. I due paesi per me sono stranieri, quindi le mie aspettative in quanto al processo di passaggio erano molto simili. Avevo già avuto il "piacere " di attraversato la frontiera del Messico diverse volte, ma la attraverso sempre simbolicamente quando arrivo in aeroporto con un volo internazionale. Quello che mi aspetta sempre é una fila enorme nel posto di migrazione, dove ti controllano anche le mutande. Inoltre, avendo un visto messicano, ho l'obbligo di passare il cotrollo in migrazione anche quando esco dal paese, cosa che significa doppia fila, di entrata e di ritorno.
Con questo backgroud, sono arrivata Tijuana, pronta per passare attraverso alla frontiera terrestre piú attraversata del mondo. Dire questo é parlare di cifre impressionanti: secondo le statistiche delle autorità migratorie, qui arrivano circa 50 mila veicoli ogni giorno e, a seconda del giorno, centomila pedoni passano la frontiera diretti negli Stati Uniti. Questo equivale a se ogni giorno, il doppio delle persone della mia cittá, Senigallia, attraversassero il confine, senza contare quelli che vanno in auto.
Tra questi centomila pedoni giornalieri c'ero anch'io.
Arrivata alla famosa "linea", il primo problema era quello di trovare in quale fila mettersi in coda, perché c'erano due luuunghe file, e da nessuna parte c'era scritto a che cosa corrispondeva ogni fila. Chiedendo ad alcune persone, ho scoperto che una fila era per il pubblico generale e l'altra era la fila veloce, per gli americani e per i lavoratori frontalieri con un permesso speciale. Nonostante questo, io non dovevo mettermi in nessuna delle due file, visto che nascosta dalla massa c'era una terza fila, che era quella per coloro che andavano lontano piú di 25 miglia dal confine (essendo questo il mio caso). Messami in fila già nel posto giusto, ora era solo una questione di aspettare il mio turno ... un'ora passó, e passò anche la senconda, infine, alla terza ora sono arrivata in un ufficio in cui tramitare il permesso delle 25 miglia. Una foto , dati generali, e senza grandi complicazioni ho avuto il mio pass per mettermi in fila nella fila del pubblico generale. Un'altra ora e
mezza di fila, un'altra migrazione americana, e infine, mi hanno sputato fuori negli Stati Uniti, il paese delle meraviglie e file più lunghe del pianeta.
A parte dell'attesa, quello che mi ha sorpreso sono stati i problemi di comunicazione tra il messicano e me a causa di una inversione di verbi: io stavo riferimento a "uscire", intendendo a uscire dal Messico, mentre tutte le persone intorno a me erano tutte felici commentando il loto "entrate" (negli Stati Uniti). D'altra parte ero ben preoccupato di sapere dove si "entrava", riferendosi all'entrata in Messico, visto che non vedevo da nessuna parte l'ingresso o "porta", mentre le persone alle quali le chiedevo della "entrata" mi rispondevano che stava di fronte a me (riferendosi a quella degli Stati Uniti).
Per un attimo mi sono sentita più nazionalista che stessi messicani .
Dall'altro lato, durante la fila mi aspettavo di vedere in qualsiasi momento l'ufficio di migrazione messicana, visto che mi timbrano sempre il passaporte e per "controllarmi" come sempre, ma col passare del tempo e del metri che percorrevo, ho capito che non c'era nessuna immigrazione messicana e stavo giá calpestando il suolo degli Stati Uniti e, con mio grande sgomento, non mi hanno timbrato il passaporto.
Andando avanti, e passato il mio soggiorno negli Stati Uniti, ero pronto a tornare in Messico, e mi sono diretta verso il confine per "entrare". La prima cosa che ho notato è che il confine messicano, a differenza di quello americano, è tutto nascosto, e si deve passare dietro a alcuni edifici, come se fosse una vergogna passare ed entrare in Messico. Quello che mi ha sorpreso era anche che la strada era quasi vuota: una strada stretta, poi una rampa e alla fine di questa, un cancello con la porta girevole con sopra la scritta tutta scrostata "México". Dopo il cancello si era giá in Messico, si passa attraverso un edificio, e poi una scala ti sputa direttamente per le strade di Tijuana.
La verità è che ero giá arrivata con la preoccupazione di non avere il mio passaporto timbrato all'uscita, e quando sono "entrata" c'era solo un poliziotto davanti alla porta che stava vedendo la gente con un aria distratta e sonnolenta. Così ho dovuto avvicinarmi per vedere cosa dovevo fare per entrare al paese, visto che sembrava che potevo passare impunemente. Il polizziotto mi ha detto che se volevo andava a chiamare il suo compagno che era andato al bagno, e che quest'ultimo era l'incaricato di migrazione. Quando finalmente é apparso l'ufficiale mi ha detto che "se avevo il passaporto me lo poteva timbrare" senza troppe domande me lo ho timbrato e mi ha mandato via dall'ufficio..
In quel momento mi sono ricordato la storia di una coppia di couchsurfer finlandesi che sono entrati in Messico da Tijuana, e sono passati como "indocumentati", perché nessuno li ha ricevuti nella frontiera. Alla fine gli "illegali" hanno dovuto regolarizzare il loro status migratorio tornando alla frontiera e facendo timbrare il loro passaporto.
Ero molto curioso di vedere la famosa "linea " e vedere i volti delle persone che erano in fila, tutte quelle persone piene di sogni, di aspettative e di tempo rubato dalla burocrazia gringa.
Nota : il confine e la "linea" sono completamente interiorizzati nell'immaginario della popolazione di Tijuana, qui molte persone invece di dire "fare la fila" dicono "fare la linea".
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Ser migrante es el arte de cruzar fronteras.
Hace un par de día tuve la experiencia reveladora de cruzar dos fronteras en el lapso de algunos días: la de Estados Unidos y la de México. Los dos países son para mí extranjeros, así que mis expectativas eran muy parecida. Ya tenía el "placer" de haber cruzado la frontera mexicana varias veces, pero siempre la cruzo simbólicamente en el aeropuerto cuando llego con algún vuelo internacional. Allí lo que me espera siempre era una cola tremenda en migración, donde te revisan hasta los calzones. Es más, teniendo una visa mexicana, tengo la obligación de pasar a la ventanilla de migración cuando salgo y cuando entro al país, así que doble cola.
Con este backgroud, llegué a Tijuana, lista para pasar la frontera terrestre más cruzada del mundo. Este más que un dicho es una realidad: según estadísticas de autoridades migratorias, de aquí salen unos 50 mil vehículos cada día y, dependiendo del día, hasta cien mil peatones con rumbo a EE.UU. Es decir, es como si dos veces las personas de mi pueblo, Senigallia, cada día cruzaran la frontera caminando, sin contar a los que van en carro.
De estos cien mil peatones diario me encontraba yo también.
Llegada a la famosa "línea" el primer problema fue encontrar en que fila formarme, ya que había dos enormes filas, y en ningún lado decía a que correspondía cada fila. Preguntando un poco a la gente, descubrí que una fila era para el público general y la otra era la fila rápida, para los gringos y para los trabajadores fronterizos con un permiso especial. A pesar de eso, yo no iba a ir en ninguna de las dos filas, ya que más adelante, escondida entre la masa, había una fila más, que era para los que iban a más de 25 millas de la frontera (siendo eso mi caso). Formada ya en el lugar correcto, ahora era cuestión solo de esperar mi turno... una hora pasó, así pasó la segunda, finalmente a la tercera hora de fila llegué a las oficinas donde se sacaba el permiso de las 25 millas. Una foto, los datos generales, y sin mayores complicaciones, ya tenía mi pase para que me formara en la fila del público general. Otra hora y media de fila, otro puesto de migración gringa, y por fin, fui escupida en los States, el país de las maravillas y de las filas más largas del planeta.
A parte de la espera, lo que me dejó más reflexionar fue la falta de comunicación entre los mexicanos y yo debida a una inversión de verbos: para mi lo que estaba haciendo era "salir", refiriéndome a salir de México, mientras que todas las personas a mi alrededor estaban todas contentas comentando sobre su "entrar" (a EE.UU.). Del otro lado estuve bien preocupada de saber donde se "entraba", refiriéndome a la entrada en México, ya que la "puerta" de entrada no se veía en ningún lado, mientras que las personas a las cuales preguntaba me decían que la entrada estaba en frente de mí.
Por un momento me sentí más nacionalista que los mismos mexicanos.
Del otro lado, durante la fila estaba esperándome de ver en cualquier momento a la oficina de migración mexicana, para que me sellaran el pasaporte de salida y que me tuvieran bien checadita como siempre, pero conforme pasaba el tiempo y los metros de la fila, ya me di cuenta que no había ninguna migración mexicana y que ya estaba pisando el suelo de Estados Unidos y, con mi
gran consternación, no tenia mi pasaporte sellado.
Pero bueno, pasada mi estancia en Estados Unidos, ya lista para regresar a México, me encaminé hacia la frontera para "entrar", y la primera cosa que noté es que esta está toda escondida, y había que pasar detrás de unos edificios, como si fuera una vergüenza pasar por allí y entrar a México. Lo que me sorprendió fue también que el pasaje estaba casi vacío, se sigue una callecita, luego una rampa, y al fondo de la rampa hay un torniquete con encima la escrita "México". Y bueno, pasado el torniquete ya uno se encuentra en México, se pasa por un edificio, y luego de una escalerita ya te escupen en las calles de Tijuana.
La verdad ya venía con la preocupación de no tener mi pasaporte sellado de salida, y cuando "entré" había solo un policía en la puerta, que distraído miraba la gente pasar sin hacer ninguna pregunta. Así que tuve que acercarme para ver que iba a pasar con mi entrada en el país, y me dijo que si quería iba a llamar al policía de migración que se había ido al baño. Cuando en fin apareció el oficial, me dijo que "si tienes tu pasaporte te lo puedo sellar", y sin demasiadas preguntas me selló el pasaporte y me corrió de la oficina.
En aquel momento me acordé de los cuentos de unos couchsurfer finlandeses que entraron a México por el paso de Tijuana, y pasaron "indocumentados" la fronteras justo porque nadie los revisó. Al final los "ilegales" tuvieron que arreglar su condición migratoria regresando a la frontera y pidiendo su sello.
Tenía mucha curiosidad de ver la famosa "línea" y ver la cara de las personas que estaban formadas, personas con sueños, expectativas y mucho tiempo robados por la burocracia gringa.
Nota: lo de la frontera y de la línea es completamente interiorizado por los tijuanenses, tanto que mucha gente en lugar de decir "hacer cola", o "hacer fila", dicen "hacer línea".



